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giovedì 22 luglio 2010

Malagricoltura

Oggi, nelle pagine di Lettere & Opinioni, il quotidiano Il Cittadino pubblica una lettera, inquietante per molti aspetti, che, proprio per quanto denuncia, va aiutata nella sua divulgazione. Cosa che nel mio piccolo faccio.
Scrive Angelina Corvi: «Caro direttore, sono Angelina, desidero estrinsecarle la mia disapprovazione su quanto visto. Tutti gli anni nella ricorrenza del 25 aprile, appena fa bello, mi faccio accompagnare da mia nipote a Corno Giovine presso la cascina Castelletto a porre un fiore dove fu fucilato il giovine Beltrami. Fu sicuramente un bravo ragazzo, molto mite anche se poco scelto di cervello, solo, fece una morte orribile di agonia, in quanto fu impedito il soccorso a chi stava sfalciando l’erba con lui, sotto minaccia d'armi. Lo conoscevamo tutti nelle cascine perché veniva a chiedere lavoro o un boccone di pane. Ho trovato il cippo commemorativo disfatto, i due grossi cipressi tagliati, li avevamo piantati 60 anni fa, il cippo sommerso di terra della pulizia dei fossi. Ho chiesto spiegazione al contadino, mi ha detto che gli alberi erano caduti, alla mia reazione che il ceppo del tronco era lì bel diritto come risulta dalle foto [il giornale pubblica una foto], ha cambiato versione sussurrando di pensare ai fatti miei. Chiedo la vostra collaborazione affinché la tomba sia sistemata e gli alberi ripiantati, mi raccomando non piccolini piccolini che poi muoiono subito ma di almeno 3 metri. Grazie».
In tutto il Lodigiano, territorio tra i più inquinati del mondo, che ha un triste primato di tumori, agricoltori dissennati suonano la danza macabra della motosega. E nessuno fa niente per impedire il taglio di alberi od obbligare ad una ripiantumazione. Alberi che aiuterebbero a mitigare l'inquinamento. Lo sfregio di Corno Giovine è un simbolo. Il simbolo di una nuova Resistenza da mettere in piedi contro questi avvoltoi del verde e chi in ambito amministrativo li sostiene per i trenta denari di qualche manciata di voti.

giovedì 6 novembre 2008

La Russa alla Sinagoga di Roma

Ieri l’agenzia di stampa AGI riportava la notizia che il ministro della Difesa Ignazio La Russa aveva deposto una corona d’alloro presso la Sinagoga di Roma alla lapide dei caduti della comunità ebraica nella prima guerra mondiale. Lo accompagnavano il presidente delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna ed il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. D’un certo interesse le parole di La Russa rilasciate ai cronisti: “Non c’è bisogno di tante parole, a volte gli atti parlano da soli. Non sapevo, come non sanno tantissimi romani, che all’interno della Sinagoga vi è una lapide che ricorda i caduti della prima guerra mondiale e che non è mai stata onorata da una visita ufficiale di un membro del Governo. Ho voluto rimediare a questa mancanza, e l’ho fatto in assoluta sincerità e con grande affetto e amore. Ho preso l’impegno di tornare il 25 aprile a deporre una corona d’alloro anche sulla lapide che ricorda gli ebrei partigiani caduti, in un’epoca diversa e assai più dolorosa per la comunità ebraica romana. Questo conferma che vi è assoluta riverenza, assoluto rispetto e assoluta dedizione nei confronti di chi diede la vita per avere una Patria libera e democratica” senza andare verso “una dittatura magari altrettanto o più feroce di quella fascista”.
Ai cronisti che gli chiedevano: “La visita ha anche una valenza politica?”, ha risposto: “È vero che gli esami non finiscono mai, ma non credo ce ne fosse bisogno di un altro. Credo che Gianfranco Fini sia uno dei migliori amici della comunità ebraica di Roma”.
Ho riportato l’informazione perché è una di quelle notizie che rimangono nelle pieghe dei giornali per lasciare spazio anche a minimalità insignificanti della sinistra.

giovedì 30 ottobre 2008

Gasparri e "Il sangue dei vinti"

Sempre da "Libero" riprendo questo intervento di Maurizio Gasparri sul film "Il sangue dei vinti", perché ritengo giusto proporre all'attenzione di chi mi legge una posizione sulla storia recente che raccoglie ed enfatizza un sentire abbastanza diffuso, che, cioè, forse è tempo di cominciare a guardare gli avvenimenti di sessant'anni fa più con l'occhio staccato del ricercatore che con quello del militante. Auspico che la destra che si è dichiarata recentemente antifascista applichi finalmente lo stesso criterio anche ai fatti ed eventi accaduti al confine orientale, riguardo in particolare all'occupazione della Slovenia e alle tragedie intervenute in Istria dopo l'8 settembre 1943.
Che fine ha fatto "Il sangue dei vinti"? Quando ho assistito all'anteprima del film teoricamente tratto dal noto libro di Giampaolo Pansa, mi chiedevo: ma quando passeremo al contenuto che il titolo evoca? Ho atteso invano. Facciamo un passo indietro. Il libro di Pansa è uscito alla fine del 2003. Racconta i massacri perpetrati in tante parti d'Italia dopo l'aprile del '45 e fino al 1947-48 di partigiani comunisti ai danni non soltanto dei fascisti, ma di tanta gente comune il cui torto era di non essere omologata al comunismo stalinista che queste bande armate volevano imporre agli italiani. È una storia che nel passato Giorgio Pisanò ed altri, da destra, avevano raccontato, ma che fino al successo dei libri di un coraggioso giornalista di sinistra la gran parte degli italiani ha ignorato.
Seppi, da ministro delle Comunicazioni, che la Rai aveva deciso di realizzare un film tratto dal libro di Pansa. Ho poi appreso che ci sono stati mille problemi: attori e registi che rifiutavano un contenuto così impegnativo e rallentamenti di ogni genere. Dopo molti anni, il prodotto è stato realizzato. Ma, a parte il titolo, con il libro non c'entra nulla.
È un bel film, che racconta in maniera drammatica l'Italia della guerra civile. Una storia interpretata con efficacia da Michele Placido, nel ruolo di un poliziotto neutrale rispetto allo scontro in atto, che assiste al massacro di un fratello partigiano e di una sorella volontaria della Repubblica sociale italiana.
Come ha detto Pansa, in occasione del dibattito che ha fatto seguito alla proiezione del film: meglio questo che niente. Ma la realtà è che la Rai non ha avuto il coraggio di realizzare il film tratto dal libro di Pansa. Non posso andare oltre il giudizio dell'autore, che ha accettato quest'opera che si ispira al libro, ma che non ne traduce in immagini il contenuto, ma prendo atto con grande preoccupazione che anche Pansa ha detto che la Rai non è in grado di fare un'operazione di verità fino in fondo perché troppo condizionata dai partiti. Quali partiti? Quelli della sinistra. Evidentemente, a più di sessant'anni dalla guerra civile, c'è ancora in Italia un germe stalinista che circola nel mondo della cultura, del cinema e della televisione.
È questa la verità. Il film "Il sangue dei vinti " non c'entra niente con il libro. E allora la Rai abbia il coraggio di mettere in cantiere "Il sangue dei vinti 2", cioè il primo film ispirato realmente a un libro così importante. E si denunci il conformismo, la viltà di chi ha impedito una trasposizione corretta del testo. Chi è stato? Nomi e cognomi. Ci dicano per quale ragione si è fatta un'operazione di censura. Il che non toglie che il film prodotto sia un contributo importante a un approfondimento più serio dei drammi della storia. Definire la guerra civile come tale è stata già una conquista degli anni passati. Avere pietà per tutti i caduti è qualcosa che per molti, ancora oggi, non sarebbe possibile. Ho ascoltato alla radio parole deliranti dell'ex ministro Ferrero di Rifondazione comunista, il quale ha detto che pochi morti - in realtà migliaia e migliaia - non sarebbero importanti. Siamo nel 2008 ancora all'apologia della strage di italiani attuata dai comunisti.
Le ragioni della democrazia e della libertà non imponevano certo eccidi proseguiti fino al 1948 nel "triangolo della morte" e altrove. E chi uccideva non voleva difendere la democrazia e la libertà, ma voleva imporre un regime sovietico. E per fortuna, nonostante gli eccidi realizzati, non ci riuscì. C`è qualcuno che non ha il coraggio di far raccontare questa verità agli italiani del nostro tempo? C`è ancora qualche stalinista a Viale Mazzini? Altro che ritorno del fascismo. Bisogna ancora chiudere la parentesi della dominazione comunista nel mondo della cultura e del cinema.

lunedì 27 ottobre 2008

Guai a toccare la Resistenza

Oggi “Il Giornale” pubblica un articolo siglato “ViPri” intitolato: “Cossiga «Pansa, non toccare la Resistenza»” Leggiamolo:
Caro Pansa, non pubblicare più libri sulla Resistenza. Questo consiglio arriva a Giampaolo Pansa, in occasione della prima del film tratto dal suo libro “II sangue dei vinti”, dall`ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che allo scrittore e giornalista ha indirizzato una lettera aperta.
«Quando tu scrivesti uno dei tuoi libri sui lati oscuri della Resistenza – fa sapere a Pansa l’ex capo dello Stato e a un tentativo di presentazione di esso dovesti essere salvato dalla polizia fascista dall’aggressione dei “Giovani Resistenti”, io ti scrissi che tu non tenevi conto che gli Stati e le costituzioni si fondano sui miti». Come quello dell’unità antifascista e dell’unità della Resistenza. Per questo, secondo Cossiga, la verità sulle divisioni anche drammatiche che attraversarono il fronte partigiano (fra comunisti da una parte e resistenti di diverso orientamento politico dall’altro) è costituita da un insieme di «particolari insignificanti». E mettere in concorso al Festival un film che racconta la verità del dopo Liberazione, sempre secondo Cossiga, sarebbe stato impossibile nel 60° anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica fondata sui miti di cui sopra. Il consiglio dell’ex capo dello Stato a Pansa è il seguente: «Non scrivere più libri sull’argomento o scrivili ma dai l’incarico a un notaio che li faccia pubblicare diciamo fra venti o trent’anni».
Quanto ai primi commenti sul film, il dibattito che ha seguito la proiezione è stato acceso. Due esempi: Maurizio Gasparri e Savino Pezzotta. I1 primo ha detto: «Perché non si parla delle foibe? Vorrei vedere sullo schermo anche le stragi del 1946 e `47. il mio sogno è “Il sangue dei vinti 2”.
Mai dirigenti della Rai hanno bocciato la seconda parte del libro perché l’hanno giudicata troppo dura». E il secondo: «E un film che fa pensare, ma quando è iniziato tutto questo sangue? Bisogna dirlo, altrimenti l’epilogo non si capisce. E l’inizio è quando un regime che bastonava e dava l’olio di ricino si è impiantato in Italia. Questo spiega l’accumulo di odio».
Cossiga è sempre lucido nei suoi ironici interventi sulla realtà di questo Paese. Fuori misura il Gasparri e il Pezzotta. La storia è altra cosa.

giovedì 7 agosto 2008

Una versione rossa del "piano Graziani"

Giordano Bruno Guerri su Il giornale di oggi ci delizia con questo «Per colpire Berlusconi Asor Rosa rivaluta Mussolini». Nessun commento solo una chiosa alla fine del testo.

Appena qualche giorno fa ho rilevato - su queste pagine - che la sinistra sembra disposta a nostalgie fasciste, pur di denigrare il governo in carica. Per la gioia di attaccare il ministro Sandro Bondi si osanna il suo omologo del ventennio, Giuseppe Bottai, con un’operazione surreale quanto scorretta, politicamente e storicamente.
Non avrei però immaginato di essere così subitaneo profeta quando - ieri mattina, sulla prima pagina del manifesto - ho letto il titolo «Più del fascismo» su un articolo di Alberto Asor Rosa. Che non è Travaglio e dal quale ci si aspetterebbe un’analisi storiografica fatta più con il cesello che con l’accetta.
Invece, ecco il colpo di scure che fa dell’attuale governo un fascio peggiore del fascio: «Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo».
Pur di sostenere che Berlusconi «rappresenta fedelmente la decadenza crescente del pianeta Italia», Asor Rosa è disposto a dimenticare il carcere e il confino che il regime fascista infliggeva agli oppositori, la dittatura, le guerre, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler: tutto.
Le vittime di quel regime si stanno rivoltando nella tomba, anche perché - portando a termine l’equazione - si deve per forza dedurre che chi si oppone al governo odierno (stando comodamente seduto nel suo studio per scrivere su un giornale finanziato da denaro pubblico), ha meriti uguali, se non superiori, a quelli di chi per combattere Mussolini andò in esilio o in prigione, imbracciò il mitra e salì in montagna.
Va precisato che, dopo l’avvio infelice, gran parte dell’articolo di Asor Rosa, non riguarda Berlusconi e la rivoluzione liberale ancora da compiere, ma la sinistra e i suoi errori, ciò che ha sbagliato e ciò che dovrebbe fare. L’altra forzatura sta dunque nel titolo dato dal manifesto al pezzo. Si sa che i quotidiani spesso esagerano i titoli, ma in questo caso è come se il Giornale titolasse questo mio testo «il manifesto peggio della Pravda».
Anche questa forzatura, però, ha una sua spiegazione, non propriamente onorevole.
Nel titolo centrale del «quotidiano comunista» si elencano le colpe della nuova Finanziaria, fra le quali spiccano «i tagli all’editoria che uccidono il manifesto».
Per il quotidiano romano Berlusconi, dunque, è peggio del fascismo (che i giornali di opposizione non li faceva proprio uscire) perché toglie il finanziamento pubblico a quotidiani che non riescono a mantenersi da soli, di sinistra di centro o di destra che siano; e che non riescono a mantenersi da soli perché non hanno abbastanza lettori.
Perché il manifesto non abbia sufficienti lettori, poi, è un altro problema.
Forse non ci sono abbastanza comunisti.
Forse ci sono troppi giornali di sinistra per una sinistra che comincia a preferire le televisioni (magari berlusconiane) alle letture politiche. Forse quel che dicono è incomprensibile anche al più volonteroso dei militanti.
La conclusione di Asor Rosa, il suo consiglio per battere il berlusconfascismo, infatti, è la seguente: «Ciò a cui sembra opportuno pensare è un vasto e persino eterogeneo movimento di forze reali, che sta dentro e fuori vecchi partiti e per il quale vale la parola d’ordine che l’unica organizzazione possibile è l’autorganizzazione: una rete di istanze e rappresentanze diverse, collegate strategicamente e non gerarchicamente, che assorba e rivitalizzi le vecchie forze piuttosto che viceversa». Capito?

Certamente: una riedizione del buon vecchio “piano Graziani” ma questa volta in versione per la resurrezione del comunismo.

lunedì 5 maggio 2008

Alemanno fascismo resistenza

L’agenzia Agi oggi riporta le parole del neosindaco di Roma che ha commemorato i caduti alla Resistenza, in una cerimonia a Porta San Paolo. In sintesi, dice Alemanno, i valori della Resistenza non si mettono in discussione, ma ciò non toglie che vada fatta un'operazione di verità sugli abusi compiuti durante la guerra civile. Non è ora il luogo di discutere se la lotta partigiana e la repressione antipartigiana affidata dai tedeschi ai repubblichini siano o no inquadrabili in un quadro di “guerra civile”, cosa che significherebbe legittimare la piena autonomia statuale della Repubblica sociale, che tale non sembra stante l’occupazione germanica di fatto e l’annessione di fatto di molta parte del Nord al Reich. Certo, va sottolineato come esista ed ancora pesante sia nelle coscienze il problema della strumentalizzazione che dal dopoguerra ad oggi è stata fatta di molti degli eventi che hanno interessato i territori centrosettentrionali del Paese.
“Sui valori della Resistenza non si discute, la libertà contro gli occupanti e la democrazia. Non c'è nessuna polemica ma grande e rispetto e grande radicamento. Sulla componente di odio, di guerra civile siamo chiamati ad un'opera di verità, condannando gli abusi che furono fatti da tutte le parti affinché non rimangano strascichi”. Certo, l’opera sarebbe meritoria, ma altrettanta chiarezza andrebbe fatta con un collettivo mea culpa sulle strumentalizzazioni che sono state perpetrate e continuano ad essere perpetrate forse da entrambe le parti, ma, almeno per quanto riguarda le vicende del confine orientale, da quella destra più retriva e revanscista che seguita a mistificare i fatti e a pretendere medaglie ed il riconoscimento di vittima dalle supreme istituzioni dello Stato.
“Qualsiasi opera di chiarimento storiografico e di ricucitura nazionale non deve mettere in discussione i valori della Resistenza che sono fondativi della Costituzione”, ha detto Alemanno, ed io aggiungerei i danni che il fascismo ha fatto nel Paese e particolarmente in terra slovena ed in Istria.

domenica 4 maggio 2008

La tonaca non fa il parroco

Egidio Cozzi, 80 anni, ex partigiano, di Castelnuovo del Friuli (Pordenone), roccaforte partigiana della destra Tagliamento, aveva chiesto, prima di morire, che il suo funerale si svolgesse in chiesa e che fossero eseguite canzoni partigiane. Il defunto, perché il Cozzi nel frattempo è morto, aveva espresso più volte il desiderio di avere la banda alle sue esequie. Ma il parroco di Castelnuovo, don Renato D'Aronco, si è opposto fermamente, stile “non passa lo straniero”; e secondo quanto dicono le cronache non ha permesso che la piccola orchestra non solo entrasse in chiesa ma si sarebbe rifiutato anche di farla suonare sul sagrato. Alla famiglia non è restato altro che far svolgere solamente il rito civile, durante il quale sono state eseguite in onore della salma tutte le canzoni patriottiche care all'anziano partigiano.
Il parroco si è giustificato con la stampa dicendo: “Mi sono limitato ad applicare le direttive che regolano l'uso della musica e degli strumenti all'interno dei luoghi di culto senza dare alcuna interpretazione ai canti che si sarebbero dovuti eseguire”. Ed ha precisato di non essersi opposto all'esibizione della banda all'esterno della chiesa. Il sacerdote, parroco da 11 anni della piccola comunità friulana, ha aggiunto a spiegazione che "era impossibile trovare un compromesso come qualche esponente dell'Anpi aveva richiesto. Il rito funebre ha il significato di una comunità cristiana che accoglie e accompagna". Certo, un requiem scritto da un massone appare più adeguato che un “Bella ciao” dal sapore di preghiera. Ed il buon senso non cresce nelle crepe dei muri della canonica.
Il segretario dell'Anpi di Spilimbergo (Pordenone), Gianni Afro, ha detto ai cronisti: “È stata una cosa poco sensibile e rispettosa del defunto, dei suoi familiari e dei tanti amici che si erano radunati per l'ultimo saluto. Sia i congiunti, sia i soci e i simpatizzanti dell'Anpi avevano capito perfettamente il disagio del parroco nel fare eseguire simili brani in chiesa e, quindi, avevano accettato di buon grado di non far suonare la banda nel luogo di culto. Quando, però, il prete si è rifiutato di concedere il nulla osta perfino per l'esibizione sul sagrato, su quello che è ormai suolo pubblico, è sembrato a tutti un affronto, e si è optato per rinunciare alla cerimonia religiosa per dare corso unicamente a quella civile”.
E nel mentre do il consiglio al parroco di andarsi a riguardare uno dei film di Peppone e don Camillo, quello dove si citano i fatti di Reggio Emilia, riporto qui sotto i versi della canzone come estremo saluto ad un partigiano che ha combattuto per la libertà, anche per quella del suo parroco.

Questa mattina mi son svegliato
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
questa mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
Oh partigiano, portami via
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
oh partigiano, portami via,
che mi sento di morir.
E se io muoio lassù in montagna
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e se io muoio lassù in montagna
tu mi devi seppellir.
Seppellire sulla montagna,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
seppellire sulla montagna
sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e le genti che passeranno
mi diranno: " Che bel fior ".
È questo il fiore del partigiano,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.

sabato 3 maggio 2008

Autobiografia di un gappista fiorentino

Il “Notiziario CDP”, notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia nel numero di gennaio-febbraio 2008, anno XXXIX (Issn 0392-4270) ha pubblicato l’”Autobiografia di un gappista fiorentino” di Cesare Massai.
Cesare Massai nacque a Firenze il 12 febbraio 1911 e morì nella stessa città l’11 febbraio 1995. La copia dell’autobiografia di Cesare Massai – in formato dattiloscritto di 108 pagine – fu donata dalla partigiana fiorentina Elsa Becheri Massai alle Brigate di Solidarietà e per la Pace, in occasione di un incontro per “fissare” i suoi ricordi sulla Resistenza in Toscana.
Questo il sommario del testo: L’arresto: ciò che deciderà la vita. L’infanzia e il lavoro nel quartiere di San Frediano. Operaio, soldato, disoccupato, soldato, … Da sfruttato senza obiettivi a quadro antifascista. La lotta armata, l’unica possibilità. Il fascicolo contiene inoltre una cronologia ragionata e un elenco ragionato delle abbreviazioni.
Di seguito un breve brano dell’autobiografia che racconta di una azione gappista.

Il 2 maggio fu portata a compimento un’azione studiata da tempo: tutte le sere alle 21,30 passava l’ultimo tram della linea Scandicci, sempre strapieno di militari del battaglione “Muti” che tornavano in caserma. Il giorno fissato, insieme alla compagna Elsa (che ormai aveva abbandonato l’attività politica per il lavoro militare dei GAP), aiutammo i tre compagni prescelti a salire sul muro che portava al bosco di Monteoliveto, luogo fissato per l’agguato (essi avrebbero dovuto sparare due raffiche di mitra e lanciare una bomba ad alto potenziale). Noi che non partecipavamo direttamente, ci appostammo in una strada adiacente in attesa dell’esito, finché il rumore di un’esplosione ci assicurò che tutto era stato fatto; dopo pochi secondi di silenzio, i fascisti iniziarono ad urlare contro i partigiani e a sparare all’impazzata in tutte le direzioni, come se fossero stati accerchiati. I tre compagni nel frattempo stavano fuggendo nel bosco fino all’Ombrellino da dove calarono poi fino a Porta Romana. Riaccompagnai allora la compagna Elsa a casa e da quella sera iniziò per me una vita più bella, ma più ricca di preoccupazioni: non pensavo solo alla mia vita, ma avevo paura anche per la sua.

domenica 27 aprile 2008

25 Aprile il gran rifiuto

La ricorrenza del XXV Aprile ha segnato nel Lodigiano un fatto curioso che merita due righe d’evidenziazione. Mentre a Milano si lamentava la non presenza del sindaco Moratti, forse rammaricandosi per il giocattolo che così veniva rotto – la non possibilità di sfogare le frustrazioni d’un post voto catastrofico contro una donna simbolo dello schieramento vincitore – a Codogno accadeva l’esatto contrario. Qui il sindaco Dossena c’era a sfilare per le vie accanto alla presidente Anpi Viviana Stroher, ma non c’era la sinistra radicale che ha fatto il gran rifiuto a presenziare proprio per la presenza del sindaco. A Codogno, insomma, l’anniversario della Liberazione si prospettava ben diverso da quella sorta di “cosa nostra” che tanto piace agli assenti, le forze più radicali di sinistra, Rifondazione Comunista in primis, e così è stato, anzi scrive il quotidiano “Il Cittadino”: “Ciò nonostante, la manifestazione del 25 Aprile a Codogno quest’anno è parsa, per assurdo, più calata dentro la città. Merito anche del programma predisposto dalla sezione cittadina dell’Associazione partigiani che, al posto dei tradizionali comizi in piazza, ha dato spazio ai giovani, con la lettura sotto la Loggia di piazza XX Settembre di poesie liberamente tratte dalla raccolta del partigiano codognese Franco Galluzzi”.
Così il sindaco: “Nessuno ha voluto escludere nessuno e, del resto, la scelta dell’Aventino non ha mai pagato. Personalmente ritengo sia giusto dividere i fatti dai principi. E valori come quelli di libertà, democrazia e giustizia sociale sono da sempre valori condivisi dal sottoscritto. Non sarà facile ma, con buona volontà e spirito costruttivo, l’obiettivo di un 25 Aprile condiviso potrà essere raggiunto”.
Forse la sinistra codognese ha preferito recarsi qualche chilometro più in là, a Casalpusterlengo, dove il vicepresidente provinciale lodigiano e presidente della sezione casalese “Aldo Mirotti” dell’Anpi, Francesco Cattaneo, nella centrale piazza del Popolo gridava: “La Resistenza non può dirsi conclusa se ancora oggi c’è chi dichiara apertamente di voler revisionare i libri di storia oppure di essere «fascista» e al tempo stesso si candida o siede in parlamento”, ciò che tutti gli sconfitti dal voto popolare insomma si erano preparati dovunque a dire.
Vale come conclusione il commento del segretario cittadino di Casale della Lega Nord Giovanni Bruschi che ha visto nelle urla di dolore del Cattaneo “una politicizzazione dell’evento decisamente non necessaria”: “Sono proprio questo tipo di interventi che allontano le persone da questi momenti celebrativi che assumono connotazioni solo di un certo tipo e colore politico”. Ci sono, insomma, vari modi oggi di essere “fascisti”.

sabato 26 aprile 2008

Quattromila alla Risiera

Quattromila persone hanno visitato ieri, nell'anniversario della Liberazione, la Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio nazista in Italia. Il complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, costruito nel rione di San Sabba nel 1913, fu usato dopo l’8 settembre 1943 come campo provvisorio di prigionia per i militari italiani catturati, ma già alla fine di ottobre di quell’anno era stato strutturato come campo di detenzione di polizia, destinato allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia ed alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Le vittime della Risiera sono stimate tra le tremila e le cinquemila, ma ben più numerosi i prigionieri passati da lì per essere smistati nei lager o al lavoro obbligatorio. Nella Risiera furono eliminati triestini, friulani, istriani sloveni e croati, militari, ebrei e tra essi alcuni dei più significativi esponenti della Resistenza e dell’Antifascismo. Al processo per i crimini della Risiera di San Sabba il banco degli imputati è rimasto vuoto: parecchi di essi erano stati giustiziati dai partigiani, altri deceduti per cause naturali. Il comandante della Risiera, Joseph Oberhauser, condannato all’ergastolo, è rimasto a vendere birra a Monaco fino alla sua morte a 65 anni il 22 novembre 1979.

venerdì 25 aprile 2008

Chi c'era, chi era meglio che non ci fosse

Chi c’era e chi era meglio che non ci fosse. Premesso che di alcuni, come il sindaco di Milano Moratti o il presidente della Regione Lombardia Formigoni, l’assenza da giorni era stata annunciata, l’elenco alla rinfusa, che segue, è fatto raccogliendo le informazioni dalle agenzie.
Meglio che non ci fossero le scritte contro Confindustria, una delle tante “Libertà per i compagni, morte alla Confindustria”, apparse sui muri dell'arcivescovado, nei pressi di piazza Duomo a Milano, dopo il corteo del 25 aprile, che ha visto la partecipazione d i giovani di diversi centri sociali di Milano e altre città italiane.
Non c’era Roberto Maroni di cui si riporta il virgolettato: “È una giornata molto impegnativa che sto passando a tagliare il prato”. Meglio che non ci fosse la bordata di fischi, che ha soverchiato gli applausi, e qualche "buuu" che hanno accolto l'arcivescovo di Genova cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al suo arrivo al Palazzo Ducale di Genova per la celebrazione della ricorrenza.
Meglio che non ci fosse una nota di Rosy Bindi, in cui ha detto: "Anche Grillo contribuisce all'opera di rimozione e inquinamento culturale del 25 aprile, come parte della destra, con le sortite di Dell'Utri e Ciarrapico e l'indifferenza della Moratti e Berlusconi che non sentono il dovere di partecipare alle celebrazioni. Anche il suo [quello di Grillo] è un modo di continuare a dividere il Paese". Lo unisce lei e il suo partito ovviamente. Ma meglio che non ci fosse pure quest’ultimo mio commento.
Era meglio che non ci fossero le affermazioni di Anna Finocchiaro: “È avvilente che in una giornata importante come questa Berlusconi non trovi di meglio che ricevere Ciarrapico. Un gesto irriverente nei confronti della memoria e della storia del nostro Paese. Oggi si celebra il giorno del riscatto dell'Italia dalla barbarie”. E non sono barbarie anche simili esternazioni?
Era meglio che non ci fossero le svastiche e i volantini con croci celtiche, che definiscono il 25 aprile “Giornata di lutto nazionale”, con cui nella notte, a Lodi, sono stati imbrattati diversi punti della città. Era meglio che non ci fossero i commenti di Vendola e Ferrero sulla Moratti. Sempre facile prendersela con le donne. Il primo: “Lo spartito lo aveva scritto Dell'Utri e gli attuali direttori d'orchestra evidentemente si sottraggono a un calendario imbarazzante, perché il 25 aprile è lo spartiacque della storia della libertà. Da tanti lati si vede un enstabilishment che tenta di depotenziare il valore simbolico del 25 aprile”, non immaginando neppure di contribuire così a svuotarne ulteriormente il significato originale. Il secondo almeno sembra si sia limitato a un “L'assenza della Moratti è gravissima”, visto che altro non è stato riportato.
C’era l’avversione di qualche giornalista a riportare correttamente i virgolettati di Berlusconi, nel senso che in qualche caso errori materiali stravolgono la storia più del demonizzato revisionismo (ad es. su Repubblica: 15:18 Berlusconi: “Purtroppo a 25 aprile seguì guerra civile”). Berlusconi c’era con il suo commento: per lui il XXV Aprile “indica il ritorno alla democrazie a alla libertà”. “Credo che ci siano le condizioni storiche e politiche perché questo 25 aprile rappresenti un salto di qualità verso la definitiva pacificazione nazionale, non per cancellare la memoria, le ragioni e i torti, ma perché chi ha combattuto per la Patria sia considerato figlio di questa nazione”. “Capire le ragioni dei ragazzi di Salò, come hanno sostenuto in passato anche diversi esponenti della sinistra, e saldare il debito contratto con gli esuli istriano-dalmati è la strada giusta”, la quale non “può in qualche modo ledere l'orgoglio di chi combatté per la libertà contro la tirannia. Non c'è revisione storica che possa cambiare la gratitudine che dobbiamo a quei combattenti che posero le basi per la libertà delle generazioni”. Al XXV Aprile “purtroppo seguì la guerra civile, l'occupazione da parte dei tedeschi, che creò un segno di sangue nella memoria italiana. Generò un odio tra vincitori e vinti che segnò la coscienza del Paese. Ormai tutto questo è storia e adesso è tempo di dare al 25 aprile un senso italiano popolare e nazionale, un senso di libertà e di pace”.
C’era Veltroni, ma era meglio che le sue parole non ci fossero: "Mi dicono che Berlusconi ha ricevuto Ciarrapico, che non ha mai preso le distanze dal ventennio fascista, a Palazzo Grazioli, nel momento in cui gli italiani festeggiano il 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo. È un segnale politico che segna profondamente la distanza tra un gesto di questo genere e tutti gli italiani che festeggiano una grande festa di libertà. Spero che per molti elettori significhi qualcosa. Un atto di spregio nei confronti della democrazia". Cui non sono tardate le repliche di Bonaiuti e Cicchitto: “Dall'alto di quale pulpito Veltroni impartisce lezioni di democrazia al presidente Berlusconi che ha ricevuto almeno 30 persone in una mattinata di lavoro intenso? La polemica di Veltroni nei confronti di un senatore democraticamente eletto, la stessa persona ricevuta con tutti gli onori dal coordinatore Goffredo Bettini alla prima assise del Pd, è meschina e volgare. Veltroni è un uomo stordito dalla sconfitta, senza argomenti e qualità, che tenta di replicare una polemica elettorale di basso livello già fallita in precedenza”.
C’era, naturalmente come s’è detto, in piazza San Carlo a Torino Beppe Grillo, che forse unico nel Paese ha fatto un atto consono allo spirito della ricorrenza: raccogliere le firme per i tre referendum, l'abolizione dell'ordine dei giornalisti, della legge Gasparri e del finaziamento pubblico all'editoria.
E c’era “Er cipria” con l’occhio al confronto con Alemanno: “È la festa di chi ha capito che c'era una parte giusta in quei giorni del 1945, quella celebrata oggi dal Presidente della Repubblica con le onorificenze alle vittime delle atrocità naziste e a tutti quelli che ci hanno consentito oggi di percorrere liberi queste strade. Se avessero prevalso gli altri, oggi non ci sarebbe la democrazia”, tanto per allontanare dopo il primo babau che di lui ha fatto nel 2001 un sol boccone, l’altro che potrebbe per la seconda volta portargli via una sedia.
C’era per fortuna Bonanni: “La cosa migliore è sottolineare i valori della Resistenza e la cultura della tolleranza e dell'unità. La Resistenza è stata costruita attraverso il valore dell'unità per la libertà: non c'è libertà né democrazia senza unità”.
C’era “Bella Ciao” nonostante i divieti del sindaco Marco Tedde di Alghero, c’era il no-global Caruso che non si smentisce mai: “Dopo l'assoluzione, abbiamo un motivo in più per scendere tutti in piazza a Roma per ricordare la Liberazione di allora e organizzare la Resistenza di oggi, perché ci lascino cospirare e sovvertire in santa pace contro questo stato di cose presenti”. Il casino per il casino, insomma, la nuova parola d’ordine. E a Terni c’era qualche deficiente evidentemente analfabeta, che era meglio che non c’era, il quale, senza scritta alcuna, s’e deliziato a imbrattare la scorsa notte con bombolette spray il monumento ai caduti in piazza Briccialdi.
C’era Gianni Alemanno, a Palidoro per ricordare il vicebrigadiere dei carabinieri Salvo D'Acquisto: “Bisogna smetterla di fare del 25 aprile una festa di parte. Questa deve essere la festa di tutto il popolo italiano che si è liberato da tutti i totalitarismi. Deve essere la festa non di una parte ma di tutta la nazione”.
C’era a Milano l’Anpi, ma non poteva non esserci: “Il sindaco deve sapere che con la sua assenza non può cancellare i nostri valori”. Che carisma incredibile ha questa donna, una sorta quasi di irraggiungibile “oggetto” di desiderio. E c’era Francesco Storace nel suo blog: “Il mio 25 aprile è iniziato con una bellissima telefonata di Giampaolo Pansa. Revisionismo, credo, non significa negazionismo, ma necessità di rileggere la storia attraverso una meticolosa opera di ricerca. E Pansa, che certo non è un uomo di destra, continua a farlo con onestà e rispetto della verità. Al contrario di chi trasforma il 25 aprile in un festa di parte e rinuncia a lavorare per la pacificazione nazionale”.
E ci sono stati applausi scroscianti per il capo dello Stato Giorgio Napolitano, tiepidi per il premier Romano Prodi. Forse perché tutti si erano dimenticati che ancora per qualche giorno è il capo del governo, dopo che Veltroni lo aveva nascosto nella soffitta [se c’è una soffitta] del loft.
E ancora val la pena di ricordare Parisi e di nuovo Cicchitto. Così il primo: “Il rilassamento morale può divenire una malattia delle coscienze. Un virus che ci fa ripiegare su noi stessi riducendo talvolta la politica a una lotta di parte nella quale è difficile riconoscere la preoccupazione per la convivenza comune”; così il secondo: “Oggi ci sono due tipi di celebrazioni della Resistenza: quella di chi, senza odio di parte, la rievoca come data storica del ritorno della libertà e quella di chi, invece, la usa per demonizzare l'avversario politico di oggi. Noi non vogliamo avere nulla a che fare con il secondo tipo di manifestazione”.
A Trieste c’era la celebrazione alla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio nazista in Italia con forno crematorio. Un ricordo degli ebrei, degli sloveni, croati, italiani, triestini e istriani sterminati là dai nazisti e dai collaborazionisti fascisti.

giovedì 24 aprile 2008

Domani nelle piazze

La Resistenza e la Liberazione si prestano a strumentalizzazioni. Da sempre, dal dopoguerra ad oggi. Innanzitutto spacciando la resistenza partigiana come un fatto interessante tutto lo stivale, quando essa fu lotta armata contro l'esercito d'occupazione tedesco e contro il regime di Benito Mussolini concretato dalla Repubblica di Salò.
In un certo senso essa fu il frutto dell’antifascismo degli anni Trenta che si concretizzò negli scioperi che paralizzarono le fabbriche del Nord tra l'aprile e il marzo del 1943 e che ebbero tra i principali organizzatori gruppi di comunisti che diffondevano le ragioni dell'antifascismo. Ma la Resistenza armata al nazifascismo si organizzò solo dopo l'armistizio dell'8 settembre, quando dalle fila dell'esercito lasciato allo sbando uscirono i primi gruppi di volontari combattenti, reclutati dalle nascenti formazioni partigiane.
Il movimento partigiano si sviluppò sostanzialmente nell’Italia del Nord e, in parte, nell’Italia centrale. I raggruppamenti più numerosi furono quelli organizzati dai comunisti nelle Brigate Garibaldi; gli uomini del Partito d'azione formarono le brigate di Giustizia e Libertà, i socialisti le Matteotti. Operarono anche altre formazioni di diversa impronta ideologica: da quella cattolica, a quella liberale, a quella nazionalista e a quella monarchica. Praticamente assente fu la Resistenza nell’Italia meridionale, che peraltro già al 12 ottobre 1943 era stata occupata dalle forze angloamericane fino alla linea Gustav, fronte difensivo tedesco che tagliava la penisola dalle foci del Volturno, sul Tirreno, fino a Termoli, sul litorale Adriatico. Roma, dichiarata “città aperta”, fu presidiata dalle forze tedesche dal settembre 1943 fino al maggio 1944, quando il generale Kesselring ordinò la ritirata di fronte all'avanzata degli Alleati che si concluse con la liberazione della città il 4 giugno 1944. Nel periodo dell'occupazione, Roma fu un centro di attività di guerriglia antitedesca: la più clamorosa azione fu l'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944 a una colonna tedesca, che portò alla rappresaglia dell'eccidio delle Fosse Ardeatine in cui perirono 335 ostaggi.
I partigiani del Nord operarono prevalentemente nelle montagne e nelle campagne, ma la loro azione si saldò anche agli imponenti scioperi operai che nel marzo del 1944 paralizzarono le maggiori città industriali (Torino, Milano, Genova). Nelle fabbriche e nelle città, soprattutto per opera dei militanti comunisti clandestini, si organizzarono nuclei partigiani, i Gap, Gruppi d'azione patriottica, formati ciascuno da tre o quattro militanti, che svolgevano operazioni di sabotaggio, atti di guerriglia e opera di propaganda politica.
Sfruttare nel dopoguerra l’esistenza di un movimento partigiano di liberazione fu la mossa di De Gasperi per limitare i danni della sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale e per distinguere il nostro stato dall’alleato germanico in modo da ottenere un diverso trattamento. Diverso trattamento che permise in particolare di “salvare” i nostri criminali di guerra in Africa, in Slovenia e nei Balcani da un giusto processo.
Un altro modo di strumentalizzare il movimento di liberazione è quello di continuare a far credere che ancora oggi esista una divisione tra “buoni” e “cattivi” nel nostro orizzonte politico italiano. Al tempo del defunto Pci ciò era usato non solo per demonizzare i missini di Almirante ma addirittura la gran parte della Democrazia Cristiana, cui nonostante tutto va dato il merito di aver garantito l’esistenza, anche in anni difficili, della democrazia in Italia. Oggi gli eredi del Pci, siano essi i neo extraparlamentari che i militanti del Pd, che si sono trovati la porta di palazzo Chigi sbattuta in faccia dal voto popolare, si sentono in “dovere” di continuare la tradizione demonizzando l’antagonista di turno.
Così domani in molte piazze si sentiranno obsoleti discorsi ed appelli a cacciare “l’occupante” quel potere che in una sorta di “viaggio” collettivo continuano a ritenere esclusivamente proprio, in quanto così recita il postulato della “loro” democrazia. E ancora una volta la Resistenza non sarà una pagina della Storia da celebrare ma un randello da usare per dividere animi e coscienze, fregandosene degli ideali e dell’insegnamento di quanti allora sacrificarono la vita per un’Italia migliore.

Paranoie da sconfitta elettorale

Domani ricorrerà l’anniversario del XXV Aprile. Mi dilungherò sulla questione legandola all’ambito nazionale in un prossimo post. Qui mi limito al locale, che senza voler troppo generalizzare mi fa comunque ritenere che sarà un leitmotiv annunciato un po’ dovunque.
PD Demonews è un “fotocopiato” – una volta si diceva “ciclostilato – periodico del Pd di Brembio. Nel n. 4 “Speciale 25 Aprile 2008” si pubblica un editoriale firmato dal sindaco Giuseppe Sozzi che sembra routine in vista dell’occasione, ma bada ben bada ben così non è. Tanto è che mi son permesso il lusso di buttare un po’ del mio tempo per farne l’esegesi, non solo a beneficio degli elettori di Brembio, ma di quanti vogliano comprendere nelle sfumature cosa rappresenti oggi il contenitore di Veltroni.
Cominciamo subito con i primi tre periodi dell’editoriale:

«Il 25 Aprile mi dà occasione per ricordare alla nostra Comunità l’importanza di celebrare questa ricorrenza, soprattutto in un anno particolare: quest’anno celebriamo infatti il sessantesimo anniversario della Nostra Costituzione che del 25 Aprile è figlia diretta. Siamo reduci da un voto che democraticamente ha sancito che per i prossimi cinque anni i problemi dell’Italia saranno affrontati dalla coalizione politica guidata da Silvio Berlusconi. Questa semplice osservazione è possibile perché nel 1945 la Germania Nazista e l’Italia Fascista furono sconfitte in una sanguinosissima guerra nella quale avevano volutamente trascinato non solo l’Italia e la Germania ma l’intero pianeta.»

Detta così lascia intendere questo significato: il voto che a portato a vincere Berlusconi, un governo che sarà esiziale per il Paese, è stato possibile solo grazie al fatto che in Italia dal 1945 c’è la democrazia. Cioè la democrazia è tale buona cosa che permette anche a chi – si lascia capire con la costruzione del discorso – allo sconfitto regime fascista è vicino, di vincere le elezioni. Ma proprio per ciò quel bene conquistato nel lontano 1945 oggi è in pericolo:

«Celebrare il 25 Aprile significa quindi ricordare a tutti noi, soprattutto ai più giovani, che la possibilità di vivere in un Paese dove si svolgono libere elezioni per scegliere i propri rappresentanti ai quali si affida la soluzione dei problemi di tutti i giorni non è scontata.»

Così continua, dunque, il testo. Cosa significa? Significa che la vittoria del Popolo della libertà, della Lega e del Movimento di Lombardo “potrebbe” cancellare quella democrazia che nel 2006 ha portato al governo del Paese il disastro Prodi e un domani i suoi eredi. Si dà spazio insomma al sospetto che il Berlusca sia un Mussolini in pectore e che tra le sue preoccupazioni di governo vi possa essere l’instaurazione della dittatura. Nel suo piccolo il piccolo sindaco di Brembio è fedele alla direttiva di Veltroni rappresentata da quella sua iniqua e spregevole lettera in cui si chiedeva al Cavaliere di garantire la sua lealtà repubblicana. Ed i timori di non poter più governare un domani neppure i piccoli luoghi si lasciano esplicitare col proprio esempio personale:

«Durante il famoso Ventennio del resto anche nei piccoli paesi come Brembio non si potevano scegliere i propri rappresentanti: i Sindaci erano stati aboliti ed il Comune veniva gestito dal Podestà, figura scelta dal Partito Unico, cioè dal Partito Fascista; anche se il Podestà non avesse avuto il consenso dei cittadini, questi non potevano mandarlo via.»

E si rincara la dose della assurda tesi paranoica dell’incertezza del sopravvivere della democrazia, oggi dopo che l’eroe Veltroni avvolto nel tricolore è stato sconfitto dal Cavaliere nero e dai Lanzichenecchi leghisti:

«Vedete, celebrare il 25 Aprile e ricordare queste semplici cose non significa voler far prevalere con arroganza una verità storica su un’altra; significa più semplicemente prendere atto di quello che è accaduto per capire perché oggi è importante e mai scontato ricordare che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro nella quale il popolo sceglie i propri rappresentanti con libere elezioni.»

Ciò che sconcerta, leggendo le parole del sindaco di un piccolo comune, com’è Brembio, è la reale convinzione di un possibile pericolo per la democrazia proveniente da un voto popolare che ha interessato in ugual misura tutto lo Stivale, portando per la terza volta al governo Berlusconi. Lo spettro del golpe da sempre agitato è una sorta di malattia psicologica d’un infantilismo politico che viene da lontano. Invece di chiedersi il perché la gente abbia votato altri nonostante i militanti si siano prodigati “in banchetti, volantinaggi porta-a-porta, riunioni e stesura” del giornalino – come si legge altrove nello stesso periodico – portando Pdl e Lega ad un solo voto al Senato e 20 alla Camera dallo strapotere “rosso” che domina a Brembio grazie alla democrazia dal 1970, si cerca di demonizzare ciò che non si capisce. Perché si è vecchi, vecchi nelle categorie con cui si rappresenta il mondo che non aspetta, che ha tempi ben più rapidi di mutamento.

«Ai nostri giovani, che amano esprimere liberamente le proprie opinioni, che si arrabbiano giustamente quando pensano che qualcuno li privi delle loro libertà di fare quello che gli è più caro, chiedo il 25 Aprile di pensare per qualche minuto a come sarebbe oggi la loro vita se tanti anni fa avessero vinto Mussolini ed Hitler anziché gli Americani ed i Partigiani, come raccontato in un bellissimo libro di fantascienza (La Svastica sul sole di F. Dick).»

Ci si butta nella fantascienza politica perché la politica di oggi pare fantascienza: la vita è un romanzo perché solo in un romanzo di un autore che ama i paradossi si può giustificare il risultato che ha bocciato Veltroni e il suo “Si può fare”, preferendogli un orwelliano grande fratello in nuce.

«Avere memoria di un periodo storico determinante per la nostra idea di democrazia, civiltà, modernità, giustizia, libertà è quanto di più formativo possiamo insegnare loro.»

Vero, peccato che di ciò ci si ricordi in genere solo il 25 Aprile seguente a sconfitte elettorali.

«Buon 25 Aprile a tutti voi, anche a quelli che ancora si ostinano a non volerlo festeggiare ma che da allora ne beneficiano vivendo in un paese libero e democratico.»

E che tale con assoluta certezza continuerà ad essere a dispetto delle tante cassandre “pro domo mea”.

lunedì 21 aprile 2008

A Bologna per la Liberazione

«Polacchi a Bologna. Il 2° Corpo Polacco in Emilia-Romagna 1945-1946» è il titolo della mostra al Museo della Resistenza presso l´Istituto Parri di via Sant´Isaia 20 a Bologna, promossa dall´Associazione culturale italo-polacca Malwina Ogonowska. La mostra è aperta fino al 14 maggio (dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19; il sabato, dalle 10 alle 13). L’iniziativa propone un percorso fotografico inedito, arricchito da filmati poco noti in Italia, per raccontare la vicenda della prima unità alleata ad entrare a Bologna dopo la fuga dei tedeschi, il 21 aprile 1945, e a liberare così la città.
Non è questa la sola mostra visitabile nella città felsinea. Al Centro sociale Croce del Biacco c’è la mappa interattiva «La Resistenza a San Vitale», mentre presso la sala consiliare del Quartiere San Donato la mostra fotografica di Luca Villa «Arrivano i Gurkha – dall’Himalaya all’Emilia Romagna: storia della Brigata nepalese al servizio della Gran Bretagna». Nella sede della Provincia si può visitare un’altra mostra dal titolo «L’offesa della razza. Razzismo e antisemitismo dell’Italia fascista», raccolta di documenti, testimonianze e immagini sul razzismo e l’antisemitismo durante il regime fascista. E ancora, alla libreria Trame storie di donne e Resistenza e «Voci di donne: storie di paese» che raccoglie 42 testimonianze di donne nate nei primi decenni del secolo scorso e vissute a Cuserculi, in Romagna.

venerdì 18 aprile 2008

Le mani sul 25 Aprile

Il revanscismo è una “brutta bestia”. Nella sua accezione normale rappresenta una volontà nazionalistica di rivalsa nel confronti di altri Stati dopo una sconfitta bellica. Così è stato in Italia dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, quando la destra fascista espulsa dalla vita politica costituzionale del Paese ha cavalcato quella parte delle tragedie avvenute sul confine orientale, utile per tentare una rivincita sulla storia che la condannava. E alla fine riuscendovi grazie ad una legge che permette al presidente della Repubblica di medagliare persone coinvolte con il passato regime oppressore. Ma questo è altro discorso.
Qui volevo dire che non posso esimermi – dopo aver fustigato in qualche maniera nei miei libri (“Il pozzo e le parole” e “Controinformazione foibe”, nonché il prossimo dal titolo significativo “Le mani sulle foibe” in uscita tra qualche mese) il conformismo revanscista che ha intaccato come un virus anche parte cospicua della ex sinistra (gli ex Ds) e frange della sinistra – di segnalare il pericolo del nuovo revanscismo che si sta formando in questi giorni. In questo caso politico, scatenato dalla bruciante sconfitta elettorale del Pd veltroniano.
L’annuncio d’un “governo ombra” è il primo atto di arroganza della compagine post-diessina. Per dirla in soldoni si può parafrasarla così: gli italiani ci hanno negato il governo del Paese e noi ce lo facciamo lo stesso alla faccia di tutti e delle regole del gioco democratico. Perché l’intento della casta che vegeta attorno a Veltroni non sembra dimostrare un onesto interesse per il bene della gente, quanto invece fa trasparire un ben disegnato proposito di abbattere il nemico Berlusconi, per il quale obiettivo non ci si è fatti mancare lo stomaco per cannibalizzare, con un’azione mirata in campagna elettorale, la Sinistra. Abbattere l’usurpatore, il guastafeste della seconda repubblica, degli Occhetto, dei Rutelli ed oggi di Veltroni, ad ogni costo. Perché solo col potere – che è ciò che conta – si può partecipare del business del potere.
Tra pochi giorni ci sarà la ricorrenza della Liberazione dall’oppressione nazifascista. E l’impressione è che sarà un’occasione da strumentalizzare nel senso detto. Almeno in ambito locale. L’impressione è che si cercherà di sfruttare la data per cominciare a dire che ci troviamo di nuovo in una situazione di oppressione, di preparare il terreno per una sotterranea operazione “disfattista” (che magari prepari di nuovo un clima di “opposti estremismi” – le vecchie ricette funzionano sempre). Non è a caso che nonostante il Popolo della libertà si definisca di “centro” e la Destra quale notaio confermi l’ultimo stadio ormai post-postfascista dell’evoluzione della componente An, i “pidini” continuino ostinatamente a qualificare Berlusca e gli interclassisti padani come la destra nazionale.
La mia non è un’ipotesi buttata là, peregrina. Da “sempre” ormai ho notato – poiché l’originalità è merce assai rara – che quanto avviene nel proprio ambito locale per forza dei diesse oggi “pidini”, è frutto di tattiche e strategie pensate altrove. E ieri sera, partecipando in biblioteca alla riunione della commissione chiamata a preparare con le scuole un contorno celebrativo della ricorrenza – ero l’unico, con la maestra e la bibliotecaria verbalizzante, non pd dei presenti – ho avuto la sensazione piena che quello detto sarà «l’uso sotterraneo» che verrà fatto, almeno qui, della manifestazione.
E dire, e in questo sì la storia andrebbe corretta, che il 25 Aprile è la festa della liberazione dei popoli del Nord dal giogo nazifascista della Repubblica Sociale, gente che ha saputo reagire e combattere per quegli alti ideali che si sono sì concretizzati nella Carta costituzionale, ma che sono andati per lo più disattesi per l’occupazione della burocrazia e dell’apparato statale da parte dei servitori della monarchia imperialista sabauda, sostenitrice del fascismo fino all’approssimarsi netto dell’incombente sconfitta, una casta che si andata ricostituendo e riformando mentre al Nord si combatteva il fascismo. L’impressione insomma è che non si voglia ammettere che quel popolo che allora aveva saputo prendere le armi e combattere per gli ideali di libertà, oggi non possa aver scelto una volta ancora ciò che riteneva meglio per il proprio bene, il proprio interesse, il proprio progresso e sviluppo.