martedì 18 novembre 2008

Veltroni, il conto s'allunga

Non posso tralasciare dalla mia raccolta di articoli sull’affair Villari il commento di oggi di Oscar Giannino su “Libero”. Titolo eloquentissimo: “Lo caccio o lo salvo? In ogni caso Walter ha perso”, sottotitolo: “Correnti e Di Pietro hanno messo all’angolo il capo del Pd. Che ora può solo decidere come indebolire la sua leadership”. Anche lo scenario delineato è fin troppo chiaro. Vediamolo:

Dacché doveva diventare terreno rovente per Silvio il monopolista, la Rai diventa china scivolosa per Walter il beffato. Ieri l’incontro del leader Pd con il senatore Riccardo Villari, presidente della Commissione di vigilanza eletto a sorpresa con due voti della sinistra, è andato come doveva andare. Villari non si dimette. E Veltroni resta con un pugno di mosche in mano.
Villari incontrerà Schifani e Fini oggi e domani, e lo farà da presidente eletto. Ieri ha replicato come un filosofo stoico alle urla di mezzo Pd che lui al massimo è la soluzione, non certo il problema. A questo punto si aprono tutta una serie di subordinate, nessuna delle quali sembra molto agevole per Veltroni. La prima è che si imbocchi immediatamente la via disciplinare. Rosy Bindi, per esempio, dell’ala Pd che guarda da sempre a Veltroni con sospetto per eccesso di trasporto verso Silvio - e figuriamoci - la invoca a gran voce. Ci pensi immediatamente il direttivo dei senatori del Pd che si riunisce oggi stesso, a espellere su due piedi l’indegno traditore. Veltroni ci perde o ci guadagna, in questo caso? Ci perde, ci perde. Perché Villari diventerebbe un martire. Perché ricorrere a espulsioni e probiviri è la classica dimostrazione di debolezza, significa battere i pugni perché non si esercita controllo politico.
Oltretutto, in una forza politica che è nuova ma che per due terzi è ex comunista richiama brutti precedenti storici. Precedenti che per forza non piacciono a quel terzo di Pd che invece è ex democristiano, attraverso i precedenti contenitori dei popolari e della Margherita. In più, per un partito che nasce sulla scommessa di essere multanime e che per il momento non è andato oltre l’indicazione di una leadership carismatica subito ferita dalla sconfitta elettorale, senza aver avuto il tempo di darsi regole davvero mature e sperimentate di rappresentanza e governo interno della molteplicità di punti di vista politici, risolvere le divergenze a colpi di ukase non costituisce certo un buon p recedente. Insomma, a godere in silenzio dell’espulsione sarebbero tutte le diverse correnti di pensiero che guardano silenziosamente a Walter come uno stanco nocchiero azzoppato, da lasciare in tempesta alla ruota dei timone fino al risultato delle prossime elezioni europee, per poi procedere a una mesta cerimonia non dico funebre ma di “storicizzazione” del veltronismo, così la matrice togliattiana e idealistica potrebbe più facilmente conciliarsi con quella del cattolicesimo sociale che morde il freno per lo scarso peso sin qui esercitato.
Antonio Di Pietro parla oggi, e sa benissimo che a dare una leggiadra manina a Veltroni per infilarsi dritto nei guai è stato proprio lui. Lo scomunicatore soddisfatto di candidati del centrodestra quando si è trattato di nominare in maniera concordata un giudice costituzionale, che subito dimentica la regola quando è la maggioranza a fare la stessa cosa verso un candidato dell’Italia dei Valori. Perché Di Pietro dovrebbe oggi proprio lui levare la castagna dal fuoco a Veltroni, comunicando che l’Idv rinuncia al proprio candidato e si rimette in pieno al Pd su un candidato diverso? Ovviamente non lo farà, e invece rivolgerà a Berlusconi una nuova lunga serie di nuovi coloriti appellativi. Esaurita la serie dei dittatori sudamericani, magari questa volta sarà qualche leader tribale africano, a dargli il destro di arricchire gli epiteti antiberlusconici.
I più tra gli esponenti di prima e seconda fila del Pd tacciono, di fronte alla vicenda. Tacciono e Veltroni sa benissimo che cosa significhi questo silenzio. Per lui, non promette nulla di buono. Ma neanche per la Rai, a questo punto. Diventa inevitabilmente più probabile, giorno dopo giorno, una soluzione “interna” per la direzione generale dell’azienda. Una soluzione, per chiunque conosca l’azienda, dalla quale chi guadagna di più è Silvio, non il Pd. E anche questa gli verrà messa in conto, dai compagni di partito che fanno solo il conto alla rovescia. A meno che Veltroni non faccia un ragionamento diverso, lasci perdere i pugni sul tavolo verso Villari, e torni a un confronto di merito prima del nome da trattare. Sarebbe vecchia politica da democristiani, dite? Quelli restavano a lungo in carica, però.

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