martedì 18 novembre 2008

La storia renderà giustizia a Bush?

Dalle rassegne stampa di ieri vale ancora conservare il seguente articolo di Ennio Caretto, apparso su “Il Corriere della Sera”. Titolo: “Pensiero forte. Da Perle a Kristol, i profeti della destra rivendicano le ragioni dell’intervento. Il sollievo dei neocon: «Siamo riusciti a eliminare Saddam e portare la democrazia».

Molti neocon americani respirano di sollievo: a loro giudizio a due mesi dalla scadenza del secondo mandato, George Bush è riuscito non solo a evitare la disfatta in Iraq ma anche a programmare un disimpegno onorevole se non vittorioso. Nelle parole di Richard Perle, l’ex consigliere del Pentagono, uno degli architetti della politica irachena di Bush, «fino a un anno fa temevamo che Al Qaeda e i saddamisti avessero il sopravvento, adesso abbiamo la certezza che siano stati sconfitti».
Non solo. L’accordo di Bush con il governo Maliki ha legittimato la presenza militare americana in Iraq dal 2003 al 2011 e smentito che l’America fosse e sia una potenza occupante. «Per me - dichiara ancora Perle - è un punto fondamentale. Il bilancio del nostro intervento a Bagdad è positivo, almeno al momento. Abbiamo eliminato Saddam Hussein e portato la democrazia rappresentativa, e lasceremo il paese in una situazione migliore di quella in cui lo trovammo».
Non tutti i neocon condividono il parere della maggioranza. Daniel Pipes, ad esempio, il direttore dell’Istituto del Medioriente e consulente della Casa Bianca e del Congresso, applaude il ritiro delle truppe ma teme che a lungo termine l’Iraq diventi una Repubblica islamica. Pipes afferma che gli Stati Uniti avrebbero dovuto arroccarsi in poche basi nelle aree strategiche fuori delle grandi città e lasciare che gli iracheni risolvessero da soli le loro divergenze. Hanno invece esposto l’Iraq all’influenza iraniana. Non c’erano alternative al disimpegno, sostiene Pipes, ma affinché a lunga scadenza esso non diventi controproducente bisogna che l’America e l’Europa uniscano le forze per arginare l’Iran, la Siria e altri paesi ostili.
Bill Kristol, il consigliere del candidato repubblicano alla presidenza John McCain, dà ragione a Perle. «Il tanto criticato invio dei nostri rinforzi l’anno scorso - rileva - ha ottenuto buoni risultati. Mentre i democratici ci davano ormai per battuti, Bush ne ha respinto le pressioni per una precipitosa ritirata. Tanto di cappello perché forse un altro presidente avrebbe ceduto».
Secondo Kristol la possibilità che il graduale disimpegno americano comprometta la sicurezza dell’Iraq è remota: «Non si possono escludere delle crisi - commenta - ma sono certo che gli iracheni non vogliono tornare all’instabilità degli anni scorsi».
Il consigliere di McCain pensa che la storia riconoscerà i meriti di Bush in Iraq, in Afghanistan e nella lotta al terrorismo «al cui proposito è stato spesso ingiustamente criticato».
In prevalenza, i neocon si sentono rivalutati dall’accordo sull’Iraq e dall’unanimità degli alleati sull’Afghanistan. Perle sottolinea che in politica estera George Bush lascia al successore Barack Obama un’eredità più positiva di quella attribuitagli finora: «Prevedo una certa continuità tra la strategia dei due presidenti sia a Bagdad sia a Kabul e contro il terrorismo, anche perché non ho mai creduto che Obama avrebbe compiuto mosse imprudenti. II cambiamento maggiore - termina l’ex consigliere del Pentagono - riguarderà il cauto dialogo che Obama cercherà di avviare con i Paesi ostili, una strada peraltro intrapresa da Bush nel crepuscolo della sua presidenza».
L’esperienza del conflitto in Iraq sembra tuttavia aver curato i neocon dalla malattia dell’unilateralismo. Quasi tutti chiedono l’appoggio più ampio possibile dell’Europa nella ricostruzione dell’Iraq e nella pacificazione dell’Afghanistan, di fatto un solenne rilancio dell’Alleanza Atlantica. Una conversione anche questa in cui Bush li aveva preceduti.

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