sabato 15 novembre 2008

Eluana Englaro, il commento di Feltri

“Grande lite su Eluana” titola oggi il pezzo di Vittorio Feltri su “Libero”, “Infuria la polemica dopo la sentenza della Cassazione. Prese di posizione in un senso e nell’altro. Ma una legge non si farà neanche stavolta. Ecco perché”. Un commento equilibrato che può essere assunto come base per ragionarci sopra

Di Eluana Englaro si è parlato molto ma finora le discussioni non sono servite a trovare un punto di sintesi su cui basarsi per scrivere una normativa da applicare sempre e per tutti. Le polemiche sulla ragazza di Lecco divampano. La mancanza di una legge ha richiesto, invero sollecitato, l’intervento della magistratura. Alla quale pertanto non si può attribuire, almeno nella circostanza, di aver compiuto un’irruzione arbitraria.
La sentenza, come tutte le cose umane, è discutibile. Comunque è sempre meglio del nulla provocato dal vuoto legislativo cui si deve l’attuale incertezza davanti a una persona in coma. È lecito lasciarla morire sospendendo ogni cura o è giusto prolungarne l’esistenza anche se si tratta di esistenza vegetativa? Nel dubbio ci si comporta nel peggiore dei modi: non si fa niente.
Solo per gli espianti ci si muove in fretta perché si è convenuto che la morte cerebrale equivale a morte a tutti gli effetti, e qui non vale il principio, cui i cattolici invece si attengono per Eluana e casi simili, che una creatura finché ha un alito di vita va rispettata, quindi aiutata a rimanere a questo mondo e non a spedirla nell’altro. Contraddizione sulla quale spesso si sorvola.
Ora bisogna capire perché il legislatore mentre è stato rapido nel disciplinare la materia dei trapianti non si è ancora risolto sul comportamento da adottare con chi, non avendo speranza di riprendersi, ha espresso o esprime la volontà di farla finita, per esempio Eluana. Credo la risposta sia semplice. Se un corpo - trauma a parte - è sano e sani sono alcuni suoi organi, merita procedere a sezionarlo onde aiutare gente che altrimenti sarebbe destinata alla tomba. Se invece il corpo è malridotto da una degenza di mesi e non è "utilizzabile", nessuno ha interesse - tantomeno il legislatore - a varare una normativa.
È una spiegazione cruda se non cinica, però è l’unica con un senso. Girare intorno al discorso non serve. L’attuale maggioranza, quanto l’opposizione al tempo in cui governava, è bloccata da un incubo. Se predispone regole laiche accontenta la propria componente liberale e ex socialdemocratica, ma scontenta quella cattolica ex democristiana. E il rischio di spaccatura è evidente. Il PdL desidera mantenere buoni rapporti con le gerarchie della Chiesa e non osa assumere posizioni che possano incrinarli. Poi c’è l’incognita dell’elettorato: quanti fedeli che oggi votano Berlusconi continuerebbero a votarlo se in Parlamento passasse una legge sganciata dall’insegnamento cristiano?
Lo stesso accade nel Pd dove è notevole la presenza delle ex margherite che laiche non sono. La classe politica non sapendo quale strada scegliere, per evitare anzi prevenire insidie preferisce la paralisi. Se non fosse così non si giustificherebbe il fatto che in Parlamento è ferma un’infinità di bozze dedicate al tema in questione.
D’altronde i cattolici ci sono, sono numerosi, i vescovi contano, i parroci pure e porsi in rotta di collisione con loro è oggettivamente pericoloso. I laici italiani devono rassegnarsi alla realtà, quella descritta. Difficilmente l’ondata emozionale sollevata dalla tribolata vicenda Englaro condurrà a un chiarimento. Onorevoli e senatori dichiarano, si indignano, protestano ma solo per dimostrare di non essere insensibili alla problematica. Poi, come sempre, i giorni trascorreranno, l’opinione pubblica si sopirà e tutto finirà nel dimenticatoio.
Da noi l’eutanasia è un tabù. È impensabile venga introdotta. Persino parlarne è imbarazzante. Quanto al testamento biologico, un sondaggio diffuso da Porta a Porta rivela: settanta persone su cento non ne conoscono neppure il significato. Chi sostiene la necessità di approvarlo si ispira a una logica ineccepibile. Dice. Ogni cittadino ha il diritto di vergare una lettera in cui afferma la propria volontà: se fossi in un letto d’ospedale e non avessi speranza di salvarmi, piuttosto che ricevere cure tese a non modificare sostanzialmente il mio stato di salute, pregherei di non tenermi vivo a ogni costo; consentitemi di togliere il disturbo magari senza troppe sofferenze.
Si può condividere o no. Ma a uno che la pensa in questa maniera non è gentile imporre qualcosa di diverso. La libertà individuale va garantita sempre. Il dramma è: se un uomo o una donna chiede di resistere fino all’ultimo respiro, ne ha facoltà; medici, infermieri, strutture pubbliche e private sono ben lieti di impegnarsi a protrarre il suo trapasso per decenni. Se invece opta per una rapida dipartita, gli tocca la stessa sorte di Eluana.
Questa francamente è una forzatura inaccettabile. Forse una violenza. Di sicuro la negazione del diritto all’autodeterminazione. In termini brutali: i laici non vietano ai cattolici di essere coerenti con la loro fede anche in camera di rianimazione; viceversa i cattolici pretendono di imporre la propria linea di condotta anche agli altri, fissandola per legge.
Nonostante l’iniquità sia palese, non c’è verso di eliminarla col testamento biologico (un atto del tutto personale) che giace in un cassetto sotto un dito di polvere. Occorre rammentare che la Chiesa sovente ha mutato atteggiamento in campo morale. I primi trapianti, all’epoca di Barnard, furono criticati con asprezza dalle gerarchie ecclesiastiche e respinti senza indugio. Poi, dinanzi agli argomenti della scienza, i preti tentennarono e, dopo un periodo di decantazione, la loro intransigenza si tramutò in consenso. E per un paio di decenni non batterono ciglio alla crescita di questo tipo di chirurgia ora raffinatissimo.
Alcune settimane fa l’Osservatore Romano pubblicò un articolo di Lucetta Scarraffia in cui, sintetizzando, l’autrice demoliva sul piano dei principi l’espianto di organi da individui col cuore battente. Ovvia la sua considerazione: non s’è mai visto un cadavere col muscolo cardiaco che funzioni. Quindi attenzione a quel che si fa. Se la vita è sacra all’inizio, quando l’uomo è solo un embrione, lo è anche alla fine quando il suo corpo, pur privo (si presume) di alcuna sensibilità, dà segni di vita.
Immaginate le reazioni negli ambienti scientifici dove i trapianti sono diventati routine. La Santa Sede precisò immediatamente, per placare le polemiche, che il contenuto dell’articolo non rifletteva il pensiero della Chiesa ma quello della professoressa Scaraffia.
Di li a poco, ecco una breve nota del Papa sulla scia delle riflessioni della stessa docente.
Insomma, il Vaticano avverte di essere in contraddizione: sì agli espianti, no alla cessazione di cure ai comatosi irreversibili. Non regge. O la vìta è sacra o non lo è. I principi non si adattano alle situazioni, sono principi e basta.
Non siamo in grado di prevedere se la Chiesa sferrerà presto un altro attacco ai trapianti. Ma è certo che se non riuscirà a farlo perderà anche in futuro sul piano della credibilità. 0 di qua o di là. Il piede in due scarpe a giro lungo non paga.
Personalmente - per quel che pesa la mia opinione - non sono contrario né ai trapianti né a dare il via all’uscita di scena delle varie Eluane. E mi auguro, pur non trascurando gli ostacoli, che il testamento biologico giunga alla meta. Ma se fossi un credente e valutassi sacra la vita, non farei differenze fra un embrione, un feto, una ragazza in coma e un uomo buono per l’espianto e quindi ancora vivo.
Se la religione offre vie di mezzo e scappatoie non è più religione, ma politichetta.

Nessun commento:

Archivio blog