domenica 16 novembre 2008

E se fosse Berlusconi il nuovo leader della Sinistra?

Un detto in voga in terra lombarda recita “Il mondo è bello perché è vario”. E la politica italiana si attiene in pieno al suo dettato. Così, almeno sul fronte estero con evidenza, ma ormai anche nel resto, si scopre che la frequentazione con i poteri forti e la rincorsa ad accappararsi il voto moderato e conservatore dei post-postcomunisti veltroniani, li ha portati ad essere nei fatti un partito di destra, corporativista, populista quel tanto che a destra fa tendenza, e un po’ sfascista dal punto della democrazia come si è visto nelle scorse settimane. Senza rispolverare Freud, già sintomo abbastanza eloquente della mutazione è stata la scelta d’un evidente simbolo tricolore. Non fa dunque specie che l’intellighenzia borghese e la jet-society nostrana si riconosca nel partito di Veltroni più che in quello di Berlusconi. Già, perché quest’ultimo intanto si sta spostando sulle posizioni dell’avversario abbandonate perché ritenute obsolete, non più così trendy neanche tra le dame di carità dei salotti buoni. Addirittura – prendo ad esempio un foglietto del Pd locale, che ricicla – usa gli stessi argomenti della destra di qualche tempo fa: “Per okkuparmi degli studenti che scendono in piazza, potrei chiedere consiglio (io?!) anche ai cinesi…!?” con tanto di carri armati d’una storica fotografia a Pechino. Non meraviglia, dunque che anche sulla free-press qualcuno se ne accorga, almeno per quanto riguarda la politica estera, e ne faccia un pezzo di colore, scambiando la realtà delle cose per una gustosa gag d’avanspettacolo.
Ieri Massimo Franco sul “Corriere della Sera” ha pubblicato l’articolo “Missione Afghanistan. Il Pd con Obama”, che evidenzia il mutamento ideologico e ne fa una morale. Scrive:

È arrivato a Washington per la riunione del G20 con i complimenti del quotidiano moscovita Izvestia che dice: Silvio Berlusconi è «ancora una volta l’avvocato difensore della Russia». Il giornale ribadisce la tesi delle «provocazioni» statunitensi contro il Cremlino con il progetto di scudo spaziale, rilanciata dal premier italiano tre giorni fa in Turchia. E di rimbalzo riduce i margini di manovra, se mai sono esistiti, di Berlusconi come aspirante mediatore fra Mosca e Washington. Arrivare alla conclusione che palazzo Chigi si accinge a scegliere la Russia è poco verosimile: soprattutto per un «americano» come il premier. Ma l’uscita di Smirne rischia di accreditare strane tesi.
Il passaggio dall’era Bush a quella di Barack Obama non segna soltanto un cambio di Amministrazione. Accentua la sensazione di un’Italia e un’Ue (Francia e Germania in testa) desiderose di non avere attriti con il governo di Mosca; e pronte a resistere ad alcune richieste del presidente democratico: soprattutto sul piano militare. Nel tentativo di ritagliarsi un ruolo, Berlusconi finisce per assumere un profilo che il Cremlino è lieto di assegnargli; ma che crea qualche sconcerto fra gli alleati storici. E può portare a riflessi domestici paradossali, tipo l’immagine di un Pdl «filorusso» e un Pd «filoUsa»: cosa mai accaduta prima.
Il paradosso promette di produrre contraccolpi anche internazionali. Qualche giorno fa, a Porta a porta, il ministro degli Esteri, Franco Frattini ha ripetuto il «no» del governo all’ipotesi di più soldati in Afghanistan: no ribadito ieri da quello della Difesa, Ignazio La Russa. Si ritiene che la nostra presenza sia già «più che adeguata»; e che gli Usa debbano chiedere truppe alle nazioni europee che ne hanno mandate meno. E comunque, ogni decisione è condizionata ad un cambio di strategia, che potrebbe includere anche compiti diversi.
Il Pd di Walter Veltroni, invece, sembra orientato a dire sì alle richieste di Obama. Consiglieri molto vicini al segretario come Giorgio Tonini dicono ormai apertamente: «Se ci chiede più truppe, gliele daremo»: magari spostandole dal Libano. E sognano nel 2009 un dibattito parlamentare con Berlusconi che rifiuta le richieste della Casa Bianca; e il centrosinistra che invece avalla l’escalation militare. D’altronde, dopo l’elezione di Obama, Veltroni ha voluto ricordare che i governi di Massimo D’Alema e poi di Romano Prodi sono quelli delle missioni in Kosovo e in Libano.Sarebbe un rovesciamento di posizioni dovuto a un solo fattore: il tramonto di George Bush e l’ascesa di Obama. Segnala la tendenza dei partiti italiani a trovare un referente estero dal quale cercare di trarre forza e identità: sebbene l’identificazione non significhi automaticamente ripetere trionfi e disfatte dei «modelli». Nella scia di Bush e dei repubblicani, Berlusconi non avrebbe mai vinto le elezioni in Italia: e chissà che non guardi a Putin anche per questo. E nessuno crede che un Obama vittorioso serva o basti a Veltroni per portare in futuro il Pd alla vittoria.

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