domenica 16 novembre 2008

Veltroni ormai è soltanto un pugile suonato

Oscar Giannino su “Libero” ieri titolava il suo pezzo “Il leader del Pd prende pugni su tutti i fronti. Rai, Alitalia, studenti: il trionfo di Veltroni”. Ha scritto Giannino:

Vignetta e titolo sono un po’ tosti, ma il succo cari lettori è proprio quello. Per il momento, il tumultuoso autunno dello scontento che si profilava minaccioso per il governo non sta portando grandi frutti a Walter Veltroni. È vero, l’esecutivo perde qualche punto nei sondaggi rispetto alle vette siderali che aveva raggiunto. Ma Veltroni non solo non guadagna e non brilla. Al contrario, appare proprio in difficoltà.
E dire che tra crisi economica montante, lunga agonia della vecchia Alitalia e stentata partenza della nuova Cai, piazze e scuole occupate dalla protesta degli studenti e sindacati su scuola e università, allo stato maggiore del Pd qualche settimana fa gli occhi avevano ripreso a luccicare. Forse il tunnel della sconfitta e della successiva ancor più verticale perdita di credibilità si avviava alla fine. Dai e dai, se gli italiani stavano peggio a fine mese e i piloti dell’Alitalia bloccavano gli aeroporti, alla fine il giochetto del tirassegno al Silvio poteva tornare a riuscire. Invece, nisba.
Partiamo dalla Rai. Non si è dimesso Riccardo Villari, il margheritino del Pd risultato eletto alla presidenza della commissione di vigilanza coi voti del centrodestra e due voti del centrosinistra. Veltroni ha reagito malissimo alla nomina a sorpresa, ha gridato al regime, ha annunciato che Villari si sarebbe subito dimesso. Ma Villari non si dimette. Se l’è presa calma, incontrerà i vertici istituzionali la settimana prossima. Fa sapere che si dimetterà solo quando sarà eventualmente maturata un’intesa diversa, tra maggioranza e opposizione. Rosy Bindi ha detto che a questo punto devono dimettersi tutti i commissari dell’opposizione. Come a dire: disconosciamo platealmente Villari, il traditore. I commissari dell’Udc di Casini non ci pensano nemmeno, a dimettersi. Col risultato che si è aperta evidentemente non solo una frattura nel Pd, ma anche tra Pd e Udc che pure sembravano alla laboriosa ricerca di amorose corrispondenze, dopo il successo congiunto della formula Dellai aTrento.
Veltroni replica alla malaparata con toni in tutto e per tutto eguali a quelli di Di Pietro, che ha dato a Berlusconi del Videla, cioè del dittatore militare argentino. Solo che Di Pietro così facendo conferma la sua linea, quella dell’opposizione gridata populista che nel tiro al Silvio a chi le spara più grosse mira a rubar voti proprio al Pd. Veltroni, adeguandosi, sottolinea solo le pive nel suo sacco. Mi pare abbia infatti totalmente ragione Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità. Veltroni sulla Rai ha sbagliato passo e tempo, accodandosi a Di Pietro. Quando la maggioranza decise di incassare senza troppe proteste il veto espresso dall’Italia dei Valori nei confronti di Gaetano Pecorella alla Consulta, per ripiegare senza troppe storie su Giuseppe Frigo, Veltroni avrebbe dovuto far notare al volo a Di Pietro che a quel punto per la presidenza della vigilanza Rai doveva valere lo stesso ragionamento. Dunque il veto del centrodestra su Orlando andava debitamente registrato, per indicare subito un candidato più "fungibile", espressione diretta del Pd.
Ma Veltroni non l’ha fatto. Così, ha dato una nuova conferma dell’indisponibilità al dialogo parlamentare con la maggioranza. Si è esposto all’infiocinata a sorpresa ordita dal centrodestra, con due voti del centrosinistra che segnalano un problema in casa Pd. E ora segue nella protesta Di Pietro, l’unico che se la ride davvero, perché di ogni vicenda fino alle europee deve solo trarre il massimo di visibilità e durezza oppositoria.
La linea del no
Copioni analoghi valgono per la scuola, l’Alitalia, la riforma del modello contrattuale nel settore privato, la riforma del pubblico impiego. Su quest’ultimo capitolo, Renato Brunetta meritoriamente ha spiazzato l’opposizione che sa dire solo no. Agli esponenti del Pd che su questa materia sono più riformisti e che avevano la delega del partito in Parlamento, come Linda Lanzillotta e Pietro Ichino, il ministro ha spalancato la porta. Accettando molti dei loro emendamenti, alla fine il Pd non ha potuto che almeno astenersi. Non poteva proprio, a quel punto, votare no. Ma sull’avvenuta convergenza Veltroni ha steso un velo di silenzio assoluto. Come non fosse avvenuto. Perché, ovviamente, la disponibilità del governo ad accogliere proposte avanzate da persone serie smentisce tutti i clichè sui quali si fonda la linea del no pregiudiziale. Come si fa, a lodare esplicitamente il voto congiunto in Parlamento sulle modalità di valutazione della produttività del pubblico impiego, da parte di osservatori indipendenti e non del governo, quando invece bisogna continuare a gridare che sulla scuola e l’università il governo distrugge il futuro dei giovani e degli insegnanti, che i "poveri" piloti delle sigle autonome di Alitalia in fondo hanno ragione, perché la Cai privata è solo una truffa ordita a tavolino col ricatto da Silvio.
Sul fronte Alitalia, la protesta dei piloti più corporativi ha solo rivelato agli occhi di tutti ciò che noi scriviamo da mesi e mesi. E cioè che gli italiani a stragrande maggioranza hanno le tasche assolutamente piene delle pretese di questi signori. Ieri Cisl, Uil e Ugl hanno onorato le proprie firme agli accordi con Cai, col risultato che dalla settimana prossima la nuova compagnia privata potrà iniziare ad assumere il personale del vecchio carrozzone pubblico, messo finalmente in mobilità. Chi non vuole non firma e va a casa, amen e non se ne parli più. Che errore, per la sinistra, credere che una simile battaglia corporativa potesse avere sostegno pubblico.
L’altalena di Guglielmo Epifani e della Cgil intendeva unire tutti i fronti del malcontento e della protesta sotto un’unica regia rigidamente centralizzata, in un’unica offensiva di accerchiamento del governo le cui direttive, parole d’ordine, tappe e finalità sarebbero state definite dal sindacato rosso, visto che il Pd sembrava così male in arnese. Veltroni e Bersani sarebbero stati da una parte riconoscenti, dall’altra obbligati ad adeguarsi. Ma la sorpresa è che, come fallisce l’offensiva politica accodata all’oltranzismo di Di Pietro, così s’incarta l’offensiva sindacale dietro le bandiere dell’antagonismo.
I sindacati riformisti rompono il fronte, e la Cgil si trova sola e isolata. Bonanni e Angeletti sparano a palle incatenate contro la Cgil che sulla scuola come per lo sciopero generale indetto in solitaria il prossimo 12 dicembre antepone a tutto ragioni politiche. Cisl, Uil e Ugl non faranno per questo sconti né a Confindustria sui contratti, né al governo su tutti i fronti aperti dei provvedimenti da definire per sostenere le famiglie e imprese. Ma proprio perché tira aria di gelata generale nell’economia, preferiscono restare seduti ai tavoli per arrivare a soluzioni ragionevoli. Non urlare "dagli a Silvio" per lucrare qualche seggio alle europee.
Il Livio
E dire che Veltroni sarebbe ancora in tempo, per cambiare musica. Non si può da una parte far capire di volersi alleare con Casini, dall’altra restare attaccati a Di Pietro e alla Cgil del no e poi no. Sono sicuro che lo sa benissimo anche lui. Come sa che la politica è spietata, con chi si accanisce negli errori. Vale persino per lui, anche se tante volte in passato gli è andata bene.

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