“Le proposte della Lega. Meno lavoro, meno immigrati. Dov’è lo scandalo?” è un articolo di Gianluigi Paragone di oggi su “Libero”. Scrive Paragone:
Poteva il Presidente Napolitano dire qualcosa di diverso da quello che ha detto davanti ai nuovi cittadini italiani? Certo che no. Anche perché mi sembrano parole di assoluto buon senso.
«Debbono cadere - ha detto il capo dello Stato - vecchi pregiudizi, occorre un clima di apertura e apprezzamento verso gli stranieri che si fanno italiani». Così come è condivisibile la seconda parte del discorso: «In un clima siffatto possono avere successo le politiche volte a stabilire regole e a rendere possibile la più feconda e pacifica convivenza con gli stranieri, ma anche l’accoglimento di un numero crescente di nuovi cittadini».
Per effetto dei soliti schematismi del politichese, queste parole sono state subito messe in contrasto con la Lega e il centrodestra. Dissento. Al netto delle parole - spesso di propaganda, ma la politica è fatta anche di propaganda.
A destra come a sinistra - non mi sembra che qualcuno possa affermare che laddove la Lega governa localmente gli stranieri siano dei paria. Al contrario, le ricerche registrano un alto tasso di convivenza e di integrazione. Non solo. In molte zone del Veneto, il dinamismo industriale ha consentito ad operai ex immigrati di diventare padroncini. Talvolta chi starnazza a vanvera di razzismo dovrebbe farsi un giro nel Trevigiano o nel Veronese, nel Bresciano o nel Comasco, per toccare con mano la situazione senza pregiudizi.
Rispetto delle regole
L’incremento continuo di nuovi cittadini italiani significa che non vi è altra via alla integrazione che il pieno rispetto e la piena osservanza delle regole dominanti. La concessione della cittadinanza è l’ultimo passaggio burocratico di un percorso essenzialmente “politico”. Napolitano, in fin dei conti, dice questo: braccia aperte per chi rispetta le regole. E siccome la Bossi-Fini è una legge dello Stato, non credo che Napolitano volesse fare propaganda per favorire gli ingressi clandestini.
Si può concedere prima la cittadinanza? Si possono rivedere le regole? Certo che si può. Però sarebbe meglio aprire una discussione di fronte a uno straccio di proposta, non di fronte a un mero proposito. Ribadisco che non basta un pezzo di carta per fare un cittadino italiano, è più importante la scelta di far parte di una comunità. Di conservarla, non di mutarla geneticamente.
Va ammesso che non sempre è così. I ricongiungimenti famigliari spesso nascondono problematiche (una su tutte, la poligamia) da cui è difficile uscire in conformità con il diritto. Salvo sentenze di rottura. Che ahimè temo.
Faccio un altro esempio. Negli ospedali, ci sono cittadini musulmani che urlano se la propria donna viene toccata da un medico maschio. Questo accade assai spesso, ma non se ne parla solo per non sollevare un vespaio di polemiche.
L’importanza della lingua
In ultimo, non mi va di dovermi sottoporre all’esame del sangue di correttezza politica se affermo che le classi ponti non rappresentano una forma di discriminazione: se il figlio di uno straniero sa l’italiano quel tanto che basta, va in classe con gli altri bambini. Dov’è la segregazione? Quando in gioventù mi capitò di andare all’estero per imparare l’inglese, ospite di una famiglia del posto, dio solo sa le difficoltà per capirci. Meno male che accanto alle ore trascorse in famiglia, c’erano le ore trascorse a scuola solo per imparare l’inglese, per allenare l’orecchio alla comprensione. Il principio è il medesimo.
Cambiare le regole della cittadinanza non è una bestemmia, ma se ne parli di fronte a una proposta. Anche perché stiamo parlando di persone che hanno deciso di restare in Italia. Faccio notare che la maggior parte degli stranieri non è di questo avviso: racimola un po’ di soldi qui per poi tornare nel proprio Paese e stare meglio.
La nota dolente
E qui arrivo alla nota dolente. Se fare i soldi, cioè riscattarsi dalla condizione di partenza, è l’obiettivo principale - quasi esclusivo - dei migranti, non si possono tacere gli aspetti oscuri della vicenda. Il numero degli ingressi cresce di anno in anno; nel mazzo ci sono anche i clandestini. Negli anni passati, i benpensanti si gongolavano per il fatto che l’Italia era una meta di transito. Beh, non è più così. I dati ufficiali del ministero degli Interni registrano da tempo che siamo diventati il capolinea. È chiaro che senza un controllo il sistema non regge. Né ci si può far schermo della scemenza diffusa per cui se gli italiani non fanno più certi lavori, c’è bisogno di manodopera straniera. Sarebbe l’inizio della fine.
Il principio delle quote d’ingresso (meglio se controllate dalle Regioni) dovrebbe essere applicato con rigore. Ogni smagliatura è un regalo ai furbetti o, peggio, ai delinquenti. L’esplosione del lavoro nero è il risultato negativo di una politica poco severa sul controllo della clandestinità. Blindare l’immigrazione alla regola che si entra solo se si ha un lavoro, è un principio serio. Servirsi degli stranieri per coprire le falle occupazionali è invece uno stratagemma che qualche volta può andar bene, ma il più delle volte va male. Perché genera abbassamento dei diritti del lavoratore. Perché alimenta il caporalato e il lavoro nero. Perché regala alla criminalità delinquenti. E soprattutto nega la dignità alle persone.
Il ruolo delle ambasciate
Le associazioni di categoria dovrebbero utilizzare le ambasciate e i consolati (almeno li facciamo lavorare un po’...) perchè la domanda di lavoro incontri l’offerta. Costa un po’ di fatica, ma è l’unica cosa da fare. Tra l’altro, un meccanismo del genere porterebbe in Italia anche lavoratori qualitativamente migliori. Chi l’ha detto che gli stranieri debbano solo pulire i cessi? Mancano ingegneri e operai specializzati: bene, se gli italiani non ne vogliono sapere (e qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare il motivo), allora prendiamoci i laureati indiani.
Sappiamo bene che non è così. La qualità professionale degli immigrati è bassa, quando non è bassissima. E i laureati che arrivano s’adeguano a quel che passa il convento. Se prima non si mappa la popolazione straniera in Italia, ogni riflessione sull’immigrazione è filosofia.
Si può parlare di questo oppure siamo razzisti solo per averlo pensato?
Poteva il Presidente Napolitano dire qualcosa di diverso da quello che ha detto davanti ai nuovi cittadini italiani? Certo che no. Anche perché mi sembrano parole di assoluto buon senso.
«Debbono cadere - ha detto il capo dello Stato - vecchi pregiudizi, occorre un clima di apertura e apprezzamento verso gli stranieri che si fanno italiani». Così come è condivisibile la seconda parte del discorso: «In un clima siffatto possono avere successo le politiche volte a stabilire regole e a rendere possibile la più feconda e pacifica convivenza con gli stranieri, ma anche l’accoglimento di un numero crescente di nuovi cittadini».
Per effetto dei soliti schematismi del politichese, queste parole sono state subito messe in contrasto con la Lega e il centrodestra. Dissento. Al netto delle parole - spesso di propaganda, ma la politica è fatta anche di propaganda.
A destra come a sinistra - non mi sembra che qualcuno possa affermare che laddove la Lega governa localmente gli stranieri siano dei paria. Al contrario, le ricerche registrano un alto tasso di convivenza e di integrazione. Non solo. In molte zone del Veneto, il dinamismo industriale ha consentito ad operai ex immigrati di diventare padroncini. Talvolta chi starnazza a vanvera di razzismo dovrebbe farsi un giro nel Trevigiano o nel Veronese, nel Bresciano o nel Comasco, per toccare con mano la situazione senza pregiudizi.
Rispetto delle regole
L’incremento continuo di nuovi cittadini italiani significa che non vi è altra via alla integrazione che il pieno rispetto e la piena osservanza delle regole dominanti. La concessione della cittadinanza è l’ultimo passaggio burocratico di un percorso essenzialmente “politico”. Napolitano, in fin dei conti, dice questo: braccia aperte per chi rispetta le regole. E siccome la Bossi-Fini è una legge dello Stato, non credo che Napolitano volesse fare propaganda per favorire gli ingressi clandestini.
Si può concedere prima la cittadinanza? Si possono rivedere le regole? Certo che si può. Però sarebbe meglio aprire una discussione di fronte a uno straccio di proposta, non di fronte a un mero proposito. Ribadisco che non basta un pezzo di carta per fare un cittadino italiano, è più importante la scelta di far parte di una comunità. Di conservarla, non di mutarla geneticamente.
Va ammesso che non sempre è così. I ricongiungimenti famigliari spesso nascondono problematiche (una su tutte, la poligamia) da cui è difficile uscire in conformità con il diritto. Salvo sentenze di rottura. Che ahimè temo.
Faccio un altro esempio. Negli ospedali, ci sono cittadini musulmani che urlano se la propria donna viene toccata da un medico maschio. Questo accade assai spesso, ma non se ne parla solo per non sollevare un vespaio di polemiche.
L’importanza della lingua
In ultimo, non mi va di dovermi sottoporre all’esame del sangue di correttezza politica se affermo che le classi ponti non rappresentano una forma di discriminazione: se il figlio di uno straniero sa l’italiano quel tanto che basta, va in classe con gli altri bambini. Dov’è la segregazione? Quando in gioventù mi capitò di andare all’estero per imparare l’inglese, ospite di una famiglia del posto, dio solo sa le difficoltà per capirci. Meno male che accanto alle ore trascorse in famiglia, c’erano le ore trascorse a scuola solo per imparare l’inglese, per allenare l’orecchio alla comprensione. Il principio è il medesimo.
Cambiare le regole della cittadinanza non è una bestemmia, ma se ne parli di fronte a una proposta. Anche perché stiamo parlando di persone che hanno deciso di restare in Italia. Faccio notare che la maggior parte degli stranieri non è di questo avviso: racimola un po’ di soldi qui per poi tornare nel proprio Paese e stare meglio.
La nota dolente
E qui arrivo alla nota dolente. Se fare i soldi, cioè riscattarsi dalla condizione di partenza, è l’obiettivo principale - quasi esclusivo - dei migranti, non si possono tacere gli aspetti oscuri della vicenda. Il numero degli ingressi cresce di anno in anno; nel mazzo ci sono anche i clandestini. Negli anni passati, i benpensanti si gongolavano per il fatto che l’Italia era una meta di transito. Beh, non è più così. I dati ufficiali del ministero degli Interni registrano da tempo che siamo diventati il capolinea. È chiaro che senza un controllo il sistema non regge. Né ci si può far schermo della scemenza diffusa per cui se gli italiani non fanno più certi lavori, c’è bisogno di manodopera straniera. Sarebbe l’inizio della fine.
Il principio delle quote d’ingresso (meglio se controllate dalle Regioni) dovrebbe essere applicato con rigore. Ogni smagliatura è un regalo ai furbetti o, peggio, ai delinquenti. L’esplosione del lavoro nero è il risultato negativo di una politica poco severa sul controllo della clandestinità. Blindare l’immigrazione alla regola che si entra solo se si ha un lavoro, è un principio serio. Servirsi degli stranieri per coprire le falle occupazionali è invece uno stratagemma che qualche volta può andar bene, ma il più delle volte va male. Perché genera abbassamento dei diritti del lavoratore. Perché alimenta il caporalato e il lavoro nero. Perché regala alla criminalità delinquenti. E soprattutto nega la dignità alle persone.
Il ruolo delle ambasciate
Le associazioni di categoria dovrebbero utilizzare le ambasciate e i consolati (almeno li facciamo lavorare un po’...) perchè la domanda di lavoro incontri l’offerta. Costa un po’ di fatica, ma è l’unica cosa da fare. Tra l’altro, un meccanismo del genere porterebbe in Italia anche lavoratori qualitativamente migliori. Chi l’ha detto che gli stranieri debbano solo pulire i cessi? Mancano ingegneri e operai specializzati: bene, se gli italiani non ne vogliono sapere (e qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare il motivo), allora prendiamoci i laureati indiani.
Sappiamo bene che non è così. La qualità professionale degli immigrati è bassa, quando non è bassissima. E i laureati che arrivano s’adeguano a quel che passa il convento. Se prima non si mappa la popolazione straniera in Italia, ogni riflessione sull’immigrazione è filosofia.
Si può parlare di questo oppure siamo razzisti solo per averlo pensato?
Nessun commento:
Posta un commento