“La Repubblica” oggi: “Il partito di Walter tra ira e imbarazzi. «Ma se non molla lo espelliamo». Finita la corsa di Orlando. Il Quirinale: non interverremo. Scrive Goffredo De Marchis:
«Se non si dimette, è fuori dal partito, fuori dal gruppo», tuona Walter Veltroni nella sua stanza a Largo del Nazareno. «E come De Gregorio», dice a un collega della Camera Paolo Gentiloni riferendosi al senatore dell’Italia dei valori che nella passata legislatura strappò la presidenza della commissione Difesa con i voti del centrodestra. Cioè, un traditore. Però, ci sono le voci di dissenso. Enzo Carra, secondo qualche maligno uno dei due voti della minoranza andati al neopresidente della Vigilanza Rai, avverte tutti i leader del Partito democratico: « Non possiamo costringerlo a dimettersi, sarebbe un vecchio metodo partitocratico». Ma l’ipotesi delle mancate dimissioni di Riccardo Villari, chieste ieri direttamente al telefono con toni ultimativi da Veltroni, Gentiloni e Anna Finocchiaro aprirebbe un problema dentro il Partito democratico.
L’attendismo di Villari lascia il Pd in mezzo al guado. Veltroni aspetta una scelta già oggi e non con i tempi lunghi che sembrano emergere dalle mosse del senatore neopresidente. Il quale a tutti spiega di voler prima sentire le cariche istituzionali. E già annuncia un incontro, ma nei prossimi giorni, con Renato Schifani, impegnato in Russia. Se alla fine non arriveranno le dimissioni scatterà un processo a Villari che comunque lascerà delle ferite dentro il Pd. Se invece Villari lascia il posto come ha promesso, ricomincia la partita della Vigilanza. E molti democratici dicono che stavolta andrà giocata meglio, molto meglio.
Sparirà dall’orizzonte, innanzitutto, il nome di Leoluca Orlando sul quale invece insiste Di Pietro. Il Pd non può più puntarci. Lo stesso Orlando appare rassegnato. «Potevo diventare presidente, ma adesso morirò sindaco. Sì, perché per la Colombia sono sindaco onorario di Palermo...», scherza attraversando a passi lunghi il Transatlantico. Non sarà comunque una scelta indolore, tanto più che il 30 novembre Pd e Idv si presentano insieme in Abruzzo con il candidato presidente dipietrista. Se l’ex pm lascerà uno spiraglio si potrebbe trovare un nome alternativo dell’Idv. Altrimenti la strada è una sola: la maggioranza si vota un suo presidente, rompe la prassi istituzionale e potrà essere messa alla gogna dalla minoranza per la sua fame di poltrone e l’occupazione della Rai. A quel punto la "guerriglia" del Pd si sposterà sugli assetti di Viale Mazzini perché il numero uno del Cda Rai dev’essere eletto con i due terzi della Vigilanza. E nessun blitz stavolta è possibile.
Ma oggi la commissione ha un presidente, regolarmente eletto: questo è il dato di fatto. Si è sanato il cosiddetto vulnus istituzionale, denunciato da Gianfranco Fini e Schifani. Il Quirinale, dopo aver premuto pubblicamente per coprire il vuoto della presidenza, ora si tiene fuori. Gli uffici di Napolitano precisano di non aver avuto alcuna richiesta di colloquio da Villari, ma va escluso un intervento del capo dello Stato «su scelte di competenza politico-parlamentare».
Con dimissioni o senza. Tocca al Pd e a Villari sbrogliare la matassa. E i tempi non possono essere lunghi. Sicuramente meno lunghi di quelli preventivati dal neopresidente. Riaffiorano infatti le critiche per come è stata condotta la vicenda della Vigilanza dal Partito democratico. Marco Follini dice: «Chi è causa del suo mal... L’alleanza con Di Pietro è davvero troppo onerosa». E l’ex Udc ha avuto un lungo colloquio ieri con Villari. Carra parla di «un kamikaze che si schianta» riferito alla sua forza politica.
Ma il no alle dimissioni, la clamorosa forzatura del Pdl può invece rendere ancora più dura la lotta del Pd al governo sull’informazione. Al collega della Camera Gentiloni promette una battaglia a tutto campo: «Il premier si lamenta di come è trattato dalla Rai? Sappia che sui temi televisivi da adesso non avrà più tregua da parte nostra. E sicuramente sarà più difficile per lui cambiare i vertici di Viale Mazzini».
«Se non si dimette, è fuori dal partito, fuori dal gruppo», tuona Walter Veltroni nella sua stanza a Largo del Nazareno. «E come De Gregorio», dice a un collega della Camera Paolo Gentiloni riferendosi al senatore dell’Italia dei valori che nella passata legislatura strappò la presidenza della commissione Difesa con i voti del centrodestra. Cioè, un traditore. Però, ci sono le voci di dissenso. Enzo Carra, secondo qualche maligno uno dei due voti della minoranza andati al neopresidente della Vigilanza Rai, avverte tutti i leader del Partito democratico: « Non possiamo costringerlo a dimettersi, sarebbe un vecchio metodo partitocratico». Ma l’ipotesi delle mancate dimissioni di Riccardo Villari, chieste ieri direttamente al telefono con toni ultimativi da Veltroni, Gentiloni e Anna Finocchiaro aprirebbe un problema dentro il Partito democratico.
L’attendismo di Villari lascia il Pd in mezzo al guado. Veltroni aspetta una scelta già oggi e non con i tempi lunghi che sembrano emergere dalle mosse del senatore neopresidente. Il quale a tutti spiega di voler prima sentire le cariche istituzionali. E già annuncia un incontro, ma nei prossimi giorni, con Renato Schifani, impegnato in Russia. Se alla fine non arriveranno le dimissioni scatterà un processo a Villari che comunque lascerà delle ferite dentro il Pd. Se invece Villari lascia il posto come ha promesso, ricomincia la partita della Vigilanza. E molti democratici dicono che stavolta andrà giocata meglio, molto meglio.
Sparirà dall’orizzonte, innanzitutto, il nome di Leoluca Orlando sul quale invece insiste Di Pietro. Il Pd non può più puntarci. Lo stesso Orlando appare rassegnato. «Potevo diventare presidente, ma adesso morirò sindaco. Sì, perché per la Colombia sono sindaco onorario di Palermo...», scherza attraversando a passi lunghi il Transatlantico. Non sarà comunque una scelta indolore, tanto più che il 30 novembre Pd e Idv si presentano insieme in Abruzzo con il candidato presidente dipietrista. Se l’ex pm lascerà uno spiraglio si potrebbe trovare un nome alternativo dell’Idv. Altrimenti la strada è una sola: la maggioranza si vota un suo presidente, rompe la prassi istituzionale e potrà essere messa alla gogna dalla minoranza per la sua fame di poltrone e l’occupazione della Rai. A quel punto la "guerriglia" del Pd si sposterà sugli assetti di Viale Mazzini perché il numero uno del Cda Rai dev’essere eletto con i due terzi della Vigilanza. E nessun blitz stavolta è possibile.
Ma oggi la commissione ha un presidente, regolarmente eletto: questo è il dato di fatto. Si è sanato il cosiddetto vulnus istituzionale, denunciato da Gianfranco Fini e Schifani. Il Quirinale, dopo aver premuto pubblicamente per coprire il vuoto della presidenza, ora si tiene fuori. Gli uffici di Napolitano precisano di non aver avuto alcuna richiesta di colloquio da Villari, ma va escluso un intervento del capo dello Stato «su scelte di competenza politico-parlamentare».
Con dimissioni o senza. Tocca al Pd e a Villari sbrogliare la matassa. E i tempi non possono essere lunghi. Sicuramente meno lunghi di quelli preventivati dal neopresidente. Riaffiorano infatti le critiche per come è stata condotta la vicenda della Vigilanza dal Partito democratico. Marco Follini dice: «Chi è causa del suo mal... L’alleanza con Di Pietro è davvero troppo onerosa». E l’ex Udc ha avuto un lungo colloquio ieri con Villari. Carra parla di «un kamikaze che si schianta» riferito alla sua forza politica.
Ma il no alle dimissioni, la clamorosa forzatura del Pdl può invece rendere ancora più dura la lotta del Pd al governo sull’informazione. Al collega della Camera Gentiloni promette una battaglia a tutto campo: «Il premier si lamenta di come è trattato dalla Rai? Sappia che sui temi televisivi da adesso non avrà più tregua da parte nostra. E sicuramente sarà più difficile per lui cambiare i vertici di Viale Mazzini».
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