Federico Fubini, ieri, sul “Corriere della Sera” pubblicava un’intervista a David J. Rothkopf, che fu nell’amministrazione Clinton e consulente privato di Kissinger. Titolo: “Il politologo clintoniano «Dal summit di Washington una nuova mappa del potere internazionale». Rothkopf: cambierà l’élite del mondo. «Il G8 è finito, ora dovrete guadagnarvi un posto al vertice»”. Al di là delle dichiarazioni dello scrittore americano, nei titoli si nota il sadismo, ormai tipico della free press nostrana, nel cercare di colpire in qualche modo lo “psiconano” quando si eleva a gigante.
Con «Superclass», il suo ultimo libro, si è imposto come una bussola nell’analisi delle élite internazionali. Già alto funzionario dell’amministrazione di Bill Clinton, ex consulente privato di Henry Kissinger, David Rothkopf oggi è critico, verso l’intreccio fra le cerchie del «salotto buono» globale: troppo incestuose per beneficiare davvero i molti che lavorano, votano, pagano le tasse. Ma anche lui, a questo punto della crisi, sente che «il cambiamento è nell’aria».
Significa che questo vertice dei G20 produrrà una svolta? «Non mi aspetto che si decida tutto in questo unico incontro - risponde Rothkopf, oggi al Carnegie Endowment for International Peace -. Ma da qui partirà un processo per rivitalizzare un sistema internazionale oggi vecchio e poco rappresentativo. Questa crisi dimostra quanto sia necessario».
Quale sarà la novità più rilevante? «Il formato: si è visto che il club per avviare questo processo è il G20, non il G8. Quasi certamente è l’inizio della fine del G8 come guida nel mondo nelle politiche economiche. Impossibile affrontare i problemi attuali senza Cina, India, Brasile, Russia e forse anche altri».
Venti intorno a un tavolo non sono troppi per decidere? «Poco pratico, in effetti. Un G8 allargato a G14 sembra più realistico. Ma prima o poi riemergeranno anche piccoli gruppi di coordinamento: un G2 di Stati Uniti e Cina su certe questioni, o un G4 di Usa, Ue, Cina e India. Ci vorrà un po’ per trovare un equilibrio».
Lei sta facendo capire che l`Europa è sovrarappresentata. «Non penso lo sia. Semmai che non è rappresentata adeguatamente. Un giorno le istituzioni dell’Ue parleranno per tutti, ma succederà fra qualche anno. Per ora se vogliamo un gruppo più ristretto, certi Paesi come - temo – l’Italia, semplicemente non passano la selezione. E difficile tenerli dentro e tener fuori invece Paesi più popolosi e strategicamente rilevanti come Nigeria, Pakistan o Indonesia».
Lei che è un democratico washingtoniano, non lo dirà mica per vendicarsi della battuta di Silvio Berlusconi su Barack Obama «abbronzato»? «Quello è stato un errore che rivela più di quanto lui volesse. Ma non credo ci sia mai stata una vera possibilità che l’Italia esercitasse una leadership forte nel processo sulla nuova Bretton Woods. La realtà è che nel quadro attuale, il ruolo dell’Italia probabilmente diminuirà comunque. Lo spazio al vertice è limitato, e ci sono nuovi aspiranti».
Passata la festa, molti in Europa temono che Obama curerà soprattutto i rapporti con l`Asia. «No, ricostruire il rapporto transatlantico sarà decisivo e diventerà una priorità assoluta. Semplicemente, ci sarà un mix di giocatori diverso al vertice più esclusivo del coordinamento globale».
Con «Superclass», il suo ultimo libro, si è imposto come una bussola nell’analisi delle élite internazionali. Già alto funzionario dell’amministrazione di Bill Clinton, ex consulente privato di Henry Kissinger, David Rothkopf oggi è critico, verso l’intreccio fra le cerchie del «salotto buono» globale: troppo incestuose per beneficiare davvero i molti che lavorano, votano, pagano le tasse. Ma anche lui, a questo punto della crisi, sente che «il cambiamento è nell’aria».
Significa che questo vertice dei G20 produrrà una svolta? «Non mi aspetto che si decida tutto in questo unico incontro - risponde Rothkopf, oggi al Carnegie Endowment for International Peace -. Ma da qui partirà un processo per rivitalizzare un sistema internazionale oggi vecchio e poco rappresentativo. Questa crisi dimostra quanto sia necessario».
Quale sarà la novità più rilevante? «Il formato: si è visto che il club per avviare questo processo è il G20, non il G8. Quasi certamente è l’inizio della fine del G8 come guida nel mondo nelle politiche economiche. Impossibile affrontare i problemi attuali senza Cina, India, Brasile, Russia e forse anche altri».
Venti intorno a un tavolo non sono troppi per decidere? «Poco pratico, in effetti. Un G8 allargato a G14 sembra più realistico. Ma prima o poi riemergeranno anche piccoli gruppi di coordinamento: un G2 di Stati Uniti e Cina su certe questioni, o un G4 di Usa, Ue, Cina e India. Ci vorrà un po’ per trovare un equilibrio».
Lei sta facendo capire che l`Europa è sovrarappresentata. «Non penso lo sia. Semmai che non è rappresentata adeguatamente. Un giorno le istituzioni dell’Ue parleranno per tutti, ma succederà fra qualche anno. Per ora se vogliamo un gruppo più ristretto, certi Paesi come - temo – l’Italia, semplicemente non passano la selezione. E difficile tenerli dentro e tener fuori invece Paesi più popolosi e strategicamente rilevanti come Nigeria, Pakistan o Indonesia».
Lei che è un democratico washingtoniano, non lo dirà mica per vendicarsi della battuta di Silvio Berlusconi su Barack Obama «abbronzato»? «Quello è stato un errore che rivela più di quanto lui volesse. Ma non credo ci sia mai stata una vera possibilità che l’Italia esercitasse una leadership forte nel processo sulla nuova Bretton Woods. La realtà è che nel quadro attuale, il ruolo dell’Italia probabilmente diminuirà comunque. Lo spazio al vertice è limitato, e ci sono nuovi aspiranti».
Passata la festa, molti in Europa temono che Obama curerà soprattutto i rapporti con l`Asia. «No, ricostruire il rapporto transatlantico sarà decisivo e diventerà una priorità assoluta. Semplicemente, ci sarà un mix di giocatori diverso al vertice più esclusivo del coordinamento globale».
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