giovedì 12 giugno 2008

"Alfabeto del mare" di Angelo Lippo

La rivista "portofranco" nel 1992 ha pubblicato come supplemento al numero 14 la plaquette “Alfabeto del mare” di Angelo Lippo. Scrive l’autore in una nota: «La vita incalza. Fra gli interstizi degli anni vissuti, ad un tratto senti la necessità di “riannodare” le fila, di chiederti il perché di certe scelte e/o di altre esclusioni. Non un bilancio, ma una spinta a “chiarirsi”, nel rapporto con la parola, con un linguaggio che è sempre stato avaro di clamori, e quando è apparso in pubblico, alle stampe, è stato soltanto perché era forte il vento dell’anima. Di versi ne abbiamo scritti tanti, tantissimi; in maggioranza strappati, cestinati, rifiutati perché per dirla con la Cvetaeva per essere “ottimi critici” bisogna essere almeno “buoni poeti. Nel carniere però sono rimasti segnali, indicazioni, che chissà per quale fortuità abbiamo lasciato depositare (…). Questi testi per un oscuro destino sono quell’inedito rimasto tra le pieghe delle vicende e che, oggi, trova la sua realtà nel disegno “storico” di una vita spesa al servizio della poesia».
Ecco alcune liriche tratte dalla plaquette.

Sera al mio paese

Sera di pioggia al mio paese antico,
dove la luna s’indugiava blanda
nei campi opimi di grano,
dove buie strade, nel silenzio amico,
narravano la storia del nostro amore.

Nell’onda cadenzata del ticchettio
vorrei cogliervi tutte, o mie nel tempo
aride voci lontane
smarrite lungo l’erto cammino,
e ricomporvi in musica, parole
sopra uno stelo eterno di vita.

E nella sera antica d’ombre si rifugia,
quando d’un tremolio il melograno
fruscia, là, tra quelle rustiche mura,
l’inquieto mio spirito, talvolta, e l’eco
della sua voce m’è dolce e amara pena.


Le lenzuola dell’infanzia

Ho morsicato anch’io il mio frutto,
ma in silenzio come soltanto gli uomini
della mia terra sanno fare.

Quando ho acceso la luce
ai piedi ho raccolto
le lenzuola dilacerate dell’infanzia.


Pescatore di sillabe

Pescatore di sillabe
mi scruto fino in fondo.
Agli altri la gioia di svuotare
carnieri zeppi di selvaggina.
Paziente come un minatore
per questo mi detesto.

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