giovedì 3 aprile 2008

Dare un senso nuovo al voto

Riprendiamoci la politica espropriata dalla casta Veltrusconi con un segnale forte, premiando il 13 e 14 aprile forze non conniventi col regime attuale

Ci siamo cascati nel 2006: tante promesse e poi carta straccia, tasse, e costo della vita alle stelle. Prodi meglio di Berlusconi, una bufala unica, un déjà vu tragico, la riproposta di una esperienza andata a male che aveva mostrato allora tutti i suoi limiti e i costi per le nostre tasche. Sacrifici molti e poco o niente in cambio. Ma ce ne eravamo dimenticati. Ci siamo, così, illusi contando su una presenza forte della sinistra “vera”; una presenza che è servita, smesso l’eskimo per il doppiopetto, per rifare il guardaroba a qualcuno e a ribattezzare la guerra “missione di pace”.
Basta, dunque, non cascarci più; riflettere che c’è solo una “L” che differenzia il “nuovo” Prodi – Veltroni – da Berlusconi. Per il resto i due schieramenti sono una fotocopia da cui difficilmente può venire quel nuovo, di cui, da una parte e dall’altra, ci si riempie tanto la bocca, ma che è un inutile e ridicolo camuffamento per nascondere una voglia di governo tanto smaccata quanto arrogante nei riguardi dei ceti più deboli, ritenuti niente di più d’un mero serbatoio di voti da saccheggiare usando spudoratamente l’arma dell’illusione e delle ben collaudate promesse di marinaio – il presidente del PD Prodi in questo è stato un vero maestro.
Ciò che serve oggi è un segnale forte che esorcizzi quel mostro politico, il Veltrusconi, che si è andato sviluppando negli ultimi mesi della morta ultima legislatura. Un segnale forte che renda, cioè, pienamente visibile il rifiuto del referendum su cui sembriamo inevitabilmente chiamati ad esprimerci: o Veltroni o Berlusconi.
Certo, inevitabilmente, stante l’attuale legge truffa, vincerà una delle due compagini, o quella radical-chic centro giustizialista tenuta a battesimo dal nonno Prodi, o quella centro post-postfascista del Cavaliere, che ha almeno l’utilità per il “votista” – chiamiamoci così perché dirci elettori è una mistificazione dopo che la casta politica ci ha tolto la possibilità di scegliere le persone che vorremmo nostri rappresentanti – di dare spazio ad istanze regionali. E stante i numeri che ci dicono, forse sarà quest’ultima a prevalere.
In ogni modo, l’unica cosa che ci resta come autodifesa è impedire che al monopolio politico, per legge, del vincitore se ne contrapponga uno identico per natura e finalità dell’opposizione che porti alla grande ammucchiata. Fare di necessità virtù, insomma, e compiere l’atto “qualunquista” o, come si dice oggi, antipolitico di non votare da gregge belante quale i pastori mediatici vorrebbero che fossimo, ma di dare il solo voto utile a nostra disposizione: quello a liste fuori dai due carrozzoni.
L’elettore 2006 dell’ex centrosinistra ha a disposizione uno schieramento antagonista che non avrà il problema di scavalcare l’ostacolo degli sbarramenti posti dalla legge; quello dell’ex centrodestra ha a disposizione più possibilità, dai cattolici di Casini, alla Santanchè, alla stessa Lega, che, seppure inserita nella coalizione di Arcore, è ben consapevole di perdere il proprio elettorato in caso di ammucchiata generale del duopolio partitico veltrusconista.
Fin qui non si è parlato di programmi. Un optional del tutto inutile se riferito ai veltrusconidi, come la passata esperienza ci ha insegnato – dalla priorità data alle leggi ad personam alla carta straccia di Prodi. C’è solo da dire che un programma non è una lista della spesa, ma un progetto per cambiare in meglio il Paese e nell’interesse generale. E poiché di progetti non se ne vedono in giro nei gazebi, ha poco senso – per non dire che è solo tempo perso – dibattere su quale menu di problemi sia quello più appetitoso o più indigesto.
C’è un macro problema che è il Paese Italia, uno Stato ma non una Nazione. La questione Malpensa, ultima ma non la sola, ha evidenziato in modo macroscopico come l’Italia sia divisa e come l’internazionalismo delle forze uscite dominanti dal dopoguerra abbia solo nascosto la realtà di quella frattura che si era concretizzata dopo l’8 settembre 1943. Solo la dissoluzione degli stati nazionali in un’Europa delle Regioni può mettere freno allo sfacelo e invertire la direzione, permettendo uno sviluppo sostenibile a territori che sono affini per storia, tradizioni secolari, cultura economica, modalità di vita e di comportamento sociale, indipendentemente dagli attuali confini statuali. Un macro problema che non può essere risolto da un risultato elettorale.
È, comunque, il momento di prendere il coraggio di dire col proprio voto, rifacendo il verso a Fracchia, che la corazzata Potëmkin, cioè il consueto teatrino della politica che quotidianamente viene dato in replica, è una boiata pazzesca. E se si vuole dare un voto utile, per noi e per i nostri figli, è il caso di individuare una volta per tutte le forze che sostengono gli interessi del nostro territorio e dare a queste il nostro consenso per favorire ed accelerare un processo certamente dai tempi lunghi, ma già comunque in atto.

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