domenica 20 aprile 2008

"Divagazioni" di Vittorino Stanzial

Doverosa segnalazione tra i libri ricevuti è quella per “Divagazioni” di Vittorino Stanzial uscito lo scorso anno nella collezione di poesia “Tabula”, curata da Massimo Scrignòli, per conto di Book Editore (Isbn 978-88-7232-584-1, pp.104, € 12,50).
Vittorino Stanzial è veronese di Isola della Scala, terra d’origine della famiglia. Si è dedicato nell’ultimo decennio, che ha concluso il suo servizio come docente e dirigente di scuola, alla sperimentazione pedagogica e all’aggiornamento nell’ambito scolastico, avvalendosi del sostegno di sue pubblicazioni di metodologia didattica e organizzazione scolastica. Stanzial ha al suo attivo varie raccolte di poesia e saggistica.
«“Divagazioni” – scrive Alberto Cappi nella prefazione – si dà come titolo a valenza plurale: “vaganze”, erranze del pensiero, viaggi della fantasia, avventure nella scrittura. A scorgere l’indice, però, si ha l’impressione che questo viaggio, di sezione in sezione, ami rientrare esclusivamente nel testo, è insomma testuale. Come spiegare altrimenti la scia che conduce da “Tracce”, a “Percorsi”, a “Vedute”, a “Soste”, a “Segnali”? Appunto per questo orizzonte, preso tra spostamento e sguardo, gli spartiti diventano non solo indicanti delle orme, ma anche e soprattutto linea dei temi e dei motivi, spazio del volgersi dell’autore a precise direzioni che sono alla fine particolari progetti di poetica».
Di una precedente raccolta, “A goccia a goccia” (Mantova, 2002) Giorgio Bàrberi Squarotti aveva scritto: «… la poesia di Stanzial suscita attenzione e interesse per la concezione e per la scansione ben ritmata, per le sue rappresentazioni di visione, memoria, meditazione, slancio lirico, riscrittura del mito (classico e anche biblico). Sono opere di grande maturità e intensità espressiva».
Dalla raccolta traggo due poesie:

Carso

Tu vedi le lievi onde
dal mare muovere tranquille
in tenue sciabordio
e la pietra bianca del Carso
emergere aspra, inospite
sotto il formarsi delle nubi.

Sulle mura pietrose
abbracciato alle vecchie case
alto il glicine distende pergole
ai balconi e gocciola d’acque
che in sotterranei canali
penetrano e corrono profonde.

Ondulata una terra rossa, inumidita
sconta la sua attesa a germinare.
Trattiene memorie sepolte.

È duro dire no alla guerra
in certe condizioni
ma i morti lo gridano dal fondo delle fosse.


Dal campo di sterminio
(dedicata ad Agostino Barbieri, artista internato a Mauthausen: «a chi può capire per sua personale esperienza l’”Urlo” di Munch»)

Dietro l’angolo della giornata
sulla collina nera della notte
il chiarore d’una falce di luna
segna nel giaciglio la fatica.
  Sappiamo quando la morte, ombra
sulla soglia, fantasma dell’alba
compirà il suo cinico balletto.

Solo la luce stralunata di occhi avidi
e il cuore insaziato allontanano
quello spettro al tramonto delle cose:
  io ormai sono luce che vacilla
nel cono della sua ombra.

Sono passati via a milioni uomini e donne
travolti dalla bufera di altri uomini;
  a loro volta essi stessi travolti,
sì che la terra sbiancata parve impazzita.

A chi rimase, a tutti i sopravvissuti
senza merito, un urlo non basta
per avvertire che ancora la bufera
turbina nel mondo:

                                essi hanno l’altissima gloria
di passare nel silenzio.

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