martedì 13 maggio 2008

C’è un tempo anche per la caccia alle streghe

Stamane la stampa riportava le dichiarazioni del ministro della Difesa romeno Teodor Melesanu che ha detto: “Attraverso la cooperazione con le autorità italiane non consentiremo che i romeni onesti in Italia siano lesi e che nascano sentimenti antiromeni e xenofobi nella Penisola. Siamo convinti che esista un reale interesse affinché le relazioni tra Romania e Italia, che sono ottime, siano protette dalle conseguenze negative di certe misure che potrebbero danneggiarle”. Il ministro romeno, in difesa com’è suo compito, ricordava le circa 25.000 imprese a capitale italiano in Romania e “il contributo dei romeni che lavorano in Italia al Pil della Penisola”. Benissimo.
Una domanda però me la pongo, soprattutto dopo aver visto i servizi al Tg dei due episodi di sfruttamento di minori in Piemonte, uno nella Torino del sindaco Chiamparino che si pone il problema che i Cpt non diventino centri di detenzione. Li riprendo dalle agenzie e da articoli che ne parlano. Comincio con quello torinese.
I carabinieri di Torino hanno sgominato una banda di cittadini romeni accusati di riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione minorile, 4 le persone arrestate, 3 uomini e una donna. Facevano arrivare in Italia ragazze romene minorenni con la promessa di un lavoro, ma una volta a destinazione le chiudevano in dormitori-prigione e le costringevano a prostituirsi. La banda agiva anche in Spagna e Portogallo, Paesi in cui aveva allestito dei veri e propri “uffici di collocamento” che si occupavano di comprare, vendere e scambiare giovani prostitute. Secondo i militari del Comando provinciale che hanno individuato sempre a Torino un dormitorio-prigione con 7 posti letto dove erano alloggiate le ragazze, sono decine, secondo le prime indagini, le giovani sfruttate.
Veniamo al secondo, a Mondovì, nel cuneese, dove una ragazza romena di 15 anni è stata violentata e costretta a prostituirsi da un gruppo di giovani connazionali arrestati dai carabinieri. Erano sette componenti del branco. I militari, dice l’articolo su Repubblica.it, hanno anche ricostruito la storia della ragazza, che era stata lasciata dal proprio fidanzato e nello stesso periodo era stata avvicinata dai connazionali, sette tra i 21 e i 26 anni, che si erano offerti di starle vicino per aiutarla e l'avevano riempita di attenzioni e di premure. Poi, il brusco cambiamento e l'inizio dell'inferno. La quindicenne viene sottoposta a violenze sessuali inaudite anche di gruppo, indotta a prostituirsi e minacciata insieme ai suoi familiari. Non passa giorno, continua l’articolo, senza che il branco approfitti della ragazza, offrendola a domicilio anche ad altri connazionali, evitando di farla prostituire per strada per non incorrere in controlli. Ma dopo due mesi di questa vita lei si è ribellata ed è riuscita a denunciare i suoi aguzzini e a farli arrestare.
Una domanda spontanea, dicevo. Fatti come quelli di Torino e di Mondovì passano sulle nostre televisioni nazionali. Immagini televisive non parole sulla carta d’un giornale. Servizi già pronti che basta tradurre nella lingua locale. Ma, ecco la domanda, le autorità romene riportano, mostrano in Romania, in televisione, fatti tremendi come quelli sopra citati oppure li censurano? Per vergogna, per ipocrisia, oppure per semplice stupidità. Non sarebbe un valido deterrente mostrare il lupo in modo tale che le tante cappuccetto rosso non si facciano incantare da racconti di mirabilia e d’un paese di Bengodi? Perché non si scoraggia l’immigrazione che non avvenga per vie “istituzionali”? Se non lo si fa, perché non lo si fa? Non sarà che i criminali romeni esportati sono la longa manus di una lobby potente in patria? Tali pensieri non sono sentimenti antiromeni, signor ministro della Difesa, sono autodifesa.
E ritorno sul fatto eclatante della rom mancata rapitrice di una neonata. Il giudice ha convalidato il fermo della ragazzina sedicenne accusata di tentato sequestro di persona. Durante un precedente interrogatorio aveva dato risposte evasive affermando di provenire da un campo rom della zona di San Giovanni a Teduccio, dove però ci solo alcuni sparuti insediamenti. Ha detto pure di essere da sola in Italia, i suoi genitori sarebbero in Romania. Negli insediamenti di Ponticelli dicono di non conoscerla e, come è stato detto da subito, si sarebbe allontanata da una comunità qualche giorno fa cui era stata affidata perché colpevole di un furto compiuto in aprile.
Le cronache ci dicono che stanotte bottiglie incendiarie sono state lanciate all'interno del campo rom di via Dorando Pietri a Ponticelli. Le molotov hanno provocato l'incendio e la distruzione di quattro baracche abbandonate solo da un paio di giorni, da quando le minacce hanno indotto i rom a trasferirsi in un altro campo. Nel rione la situazione sarebbe tesa. Si parla di un paio di ceffoni dati a un romeno che ha avuto la disgrazia di incrociare un gruppo di napoletani infuriati; si parla di un motocarro bruciato e di un ragazzo rom accoltellato mentre andava in bici nel quartiere; si parla di un paio di tentativi di assalto ad altrettante baracche di nomadi. L'episodio insomma ha innescato una spirale di tensione.
Esponenti politici locali chiedono la linea e la mano dura. Raffaele Ambrosino, capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale: “Il sindaco deve ordinare lo sgombero di tutti i campi nomadi”; Fabio Chiosi, coordinatore cittadino di Alleanza nazionale: “Il tempo delle mezze misure deve terminare”. Di opposte vedute è Vincenzo Esposito, esponente dell'Opera nomadi, che parla di caccia alle streghe: “In tutta la giurisprudenza non esiste un solo caso di rom che abbia rubato bambini. Credetemi: è una caccia alle streghe”. L’argomento a difesa è trito e ritrito. Ma l’episodio di Ponticelli non è il primo, e su questo c’è certezza. Riprendo da un’interrogazione alla Camera dell’on. Carolina Lussana e altri firmatari (Seduta n. 583 del 9/2/2005): «Ci richiamiamo, purtroppo, al noto episodio di cronaca, avvenuto in pieno giorno nel centro storico di Lecco, dove alcune nomadi hanno tentato di rapire una bambina di sette mesi, dopo aver circondato la madre. Le nomadi, tempestivamente catturate dalle forze dell'ordine, grazie anche alla collaborazione dei cittadini, sono state processate per direttissima, hanno patteggiato e, visto che non gli è stato contestato il sequestro di persona e che gli sono state riconosciute le attenuanti generiche, sono state condannate ad otto mesi di reclusione e rimesse immediatamente in libertà per effetto della sospensione condizionale della pena. Desta sconcerto una decisione che, dopo poche ore, rimette in libertà persone che stavano per compiere un reato gravissimo.»
Se difendersi da illegalità e atti criminali è “caccia alle streghe”, c’è dunque, a ragione, anche un tempo per la “caccia alle streghe”.

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