giovedì 15 maggio 2008

Travaglio e Repubblica: l'ultimo atto (forse)

Nuova lettera oggi su Repubblica.it di Marco Travaglio. La replica alla contro-replica di D’Avanzo. Da dove cominciare? Libero di fare come più mi piace, direi dalla annotazione di D’Avanzo in calce alla replica.
Commenta D’Avanzo: «Nessuno ha mai messo in dubbio l'onorabilità di Travaglio. Nessuno ha voluto sollevare una noiosa e irrilevante polemica personale. Si è voluto soltanto ragionare senza ipocrisie su un metodo giornalistico che, con niente o poco, può distruggere la reputazione di chiunque. Era un memento a Travaglio e a noi stessi ad usare con prudenza, armati di niente o poco, la parola "verità" (evocata, purtroppo, anche oggi). E prima di mettere punto: ma davvero c'è qualcuno che, in buona fede, può pensare che Repubblica faccia sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri?»
Chiarissimo lo scopo, a cui vorrei aggiungere un’impressione: il preoccupato timore del giornale che Repubblica fosse dai lettori “sovrapposta” a Travaglio, identificata con un suo collaboratore per altro indipendente, e che, dunque, ogni attacco a Travaglio avesse ripercussioni anche sul quotidiano. Perché si sa: il bene va all’eroe, il male con magnanimità l’eroe quantomeno lo ripartisce o volentieri lo lascia ad altri.
Cosa ribadisce Travaglio? Va anticipato che lascia l’impressione a chi legge di uno che finga di non capire, di non capire un discorso fin troppo chiaro, quello di D’Avanzo. Ma si sa, perché in Tv lo ha dimostrato, Travaglio soffre il confronto. Gli è più congeniale un uditorio silente, che non controbatta obiezioni; come il lettore d’un libro, che al più butta nel cestino il libro (ma intanto lo ha comprato), o un pubblico televisivo amico, se non proprio pendente dalle sue labbra, almeno schierato con quanto va dicendo. Un pubblico di “sinistra” insomma o un pubblico “antipolitico” che, come a Torino, è lì a godersi lo spettacolo (non a caso ha pagato il biglietto) e s’aspetta una gara a chi le spara più grosse (e che diamine, se no, preferiva un buon cinema o un pomeriggio a teatro). Cosa ribadisce, dunque, Travaglio? ribadisce che «D'Avanzo è liberissimo di ritenere che i cittadini non debbano sapere chi è il presidente del Senato». Naturalmente tra qualche riga riporterò i brani più salienti della lettera, ma buon metodo d’una «esegesi» suggerisce su questa frase almeno una riflessione. Cosa si vuol dire negli spazi tra le parole: semplicemente che D’Avanzo è tra quelli che vogliono occultare al popolo italiano, al pianeta, all’universo, alla galassia la “verità”. Un “uomo in nero” per dirla come un famoso fumetto. La “verità” che s’incarna naturalmente nell’estensore della lettera, Marco Travaglio, questo dev’essere chiaro.
Appunto: «Io invece penso che debbano sapere tutto, che sia nostro dovere informarli del fatto che stava in società con due personaggi poi condannati per mafia, che si occupava di urbanistica come consulente del comune di Villabate, controllato dal clan Mandalà, anche dopo l'arresto del figlio del boss e subito prima dello scioglimento per mafia. Perciò l'ho scritto (dopo valorosi colleghi come Lillo, Abbate e Gomez) e l'ho detto in tv presentando il mio libro. Anche perché la Procura di Palermo sta ancora vagliando le dichiarazioni rese nel 2007 dal pentito Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate e uomo del clan Mandalà, sul piano regolatore che, a suo dire, il boss aveva "concordato con La Loggia e Schifani" (Ansa, 10 febbraio 2007)». Se prestate attenzione al modo di ripetere qui gli argomenti, coglierete che ciò che si ribadisce è semplicemente una tesi che si vuol apoditticamente passare come “verità” assodata. Nonostante si aggiunga che la Procura stia ancora vagliando certe dichiarazioni, proprio ad esse sempre apoditticamente si dà valore di “verità” perché i nomi fatti, toh, sono proprio quelli giusti. Un gusto smodato insomma per la tautologia, tanto per buttarla in logica. E la conseguenza “sillogistica” è evidente: Travaglio dice la “verità”. E per rafforzare il concetto si chiamano in causa colleghi “valorosi”.
Ma proseguiamo. «Ciò che non è consentito a nessuno, nemmeno a D'Avanzo, è imbastire una ripugnante equazione tra le frequentazioni palermitane del palermitano Schifani e una calunnia ai miei danni che - scopro ora - sarebbe stata diffusa via telefono da un misterioso avvocato: e cioè che l'imprenditore Michele Aiello, poi condannato per mafia in primo grado, mi avrebbe pagato un albergo o un residence nei dintorni di Trabia. La circostanza è totalmente falsa e chi l'ha detta e diffusa ne risponderà in tribunale». E così si scopre che esistono anche “ripugnanti equazioni” che si “imbastiscono”. La matematica moderna è piena di sorprese. Prendiamo atto della indignazione di Travaglio, come prendiamo atto dell’indignazione che parimenti sicuramente c’è stata da parte di Schifani. Ma andiamo oltre.
Riporterò subito la versione di Travaglio, ma perdonatemi un appunto come lettore. Posso credere a Travaglio, gli credo, ma perché mi e ci considera un “pubblico da Grillo”, di biglietti non ne abbiamo pagati. A che serve l’ironia “furbesca” della proposizione che segue l’annuncio di ritorsioni tribunalesche: « Potrei dunque liquidare la cosa con un sorriso e un'alzata di spalle, limitandomi a una denuncia per diffamazione e rinviando le spiegazioni a quando diventerò presidente del Senato». I latini avevano un proverbio “errare humanum perseverare diabolicum”. Uno può anche “errare” senza aver sostanzialmente errato, ma perseverare sic et simpliciter usando modalità sbagliate è un “muro o no muro tre passi indrìo” di cui ho detto in altro post recente. E poi non piangiamo se la gente ride o comincia a chiedersi se i soldi spesi per dei libri non potevano forse essere spesi meglio.
Come racconta Travaglio l’episodio citato a mo’ d’esempio esplicativo da D’Avanzo? vediamolo: «Ma siccome non ho nulla da nascondere e D'Avanzo sta cercando – con miseri risultati – di minare la fiducia dei lettori nella mia onorabilità personale e nella mia correttezza professionale, eccomi qui pronto a denudarmi. Se questo maestro di giornalismo avesse svolto una minima verifica prima di scrivere quelle infamie, magari rivolgendosi all'albergo o dandomi un colpo di telefono, avrebbe scoperto che: 1) non ho mai incontrato, visto, sentito, inteso nominare questo Aiello fino al giorno in cui fu arrestato (e comunque, non essendo io siciliano, il suo nome non mi avrebbe detto nulla); 2) ho sempre pagato le mie vacanze fino all'ultimo centesimo (con carta di credito, D'Avanzo può controllare); c) ho conosciuto il maresciallo Giuseppe Ciuro a Palermo quando lavorava alla polizia giudiziaria antimafia (aveva pure collaborato con Falcone). Mi segnalò un hotel di amici suoi a Trabia e un residence ad Altavilla dove anche lui affittava un villino. Il primo anno trascorsi due settimane nell'albergo con la mia famiglia, e al momento di pagare il conto mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Ciuro, il quale mi spiegò che c'era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato (cosa che poi non avvenne). L'anno seguente affittai per una settimana un bungalow ad Altavilla, pagando ovviamente la pigione al proprietario. Ma i precedenti affittuari si eran portati via tutto, così i vicini, compresa la signora Ciuro, ci prestarono un paio di cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera. Di qui la telefonata in cui parlo a Ciuro di "cuscini". Ecco tutto.»
Va detto, da lettore attento, che in fin dei conti, al di là della narrazione dei fatti, Travaglio nell’invettiva un po’ si descriva anche perché il tentativo perverso di cui s’accusa D’Avanzo sinceramente non l’ho avvertito nei termini qui proposti. Pareva piuttosto una lezione di sano giornalismo condita con un esempio iperbolico per farne capire meglio il senso. Forse sarò di parte, perché dai tempi del Vangelo “chi non è con me è contro di me”. Libro, il Vangelo, però, contiene una variante della stessa frase “chi non è contro di me è con me” e forse su quest’ultima s’è fatto fin qui troppo affidamento, fino ad abusarne, da parte di molti personaggi della politica spettacolo. Ma poiché sono, come m’è stato detto, un “analista”, chiedo al mio paziente lettore di riflettere su parole come “miseri risultati”, “minare la fiducia”, “pronto a denudarmi”, “maestro di giornalismo”, “minima verifica” e “infamie”, “colpo di telefono”, “può controllare”. Intanto proseguiamo: Travaglio qui fa finta di non capire, di non capire il discorso di D’Avanzo, evidentemente per non “pagare dazio”. E così si può proclamare “martire”: « Che c'entri tutto questo con le amicizie mafiose di Schifani, francamente mi sfugge. Qualcuno può seriamente pensare che, come insinua D'Avanzo, quella vacanza fantozziana potrebbe rendermi anche solo teoricamente ricattabile da parte della mafia o addirittura protagonista di "una consapevole amicizia mafiosa"? Diversamente da Schifani, non solo sono un privato cittadino. Non solo non sono mai stato socio né consulente di personaggi e di comuni poi risultati mafiosi. Ma non ho mai visto né conosciuto mafiosi, né prima né dopo la loro condanna. Chiaro? Se poi questo è il prezzo che si deve pagare, in Italia, per raccontare la verità sul presidente del Senato, sono felice di averlo pagato.»
Se posso esprimere il mio parere spassionato, credo che questa seconda lettera, in chi la legge, sia potenzialmente il documento più dirompente di tutta la diatriba. Quello che fa più riflettere. Ognuno si difende come crede dai torti veri o presunti che siano. E della propria difesa è l’ovvio responsabile. Ma talvolta un semplice racconto è molto più efficace d’una dialettica pungente, che proprio per la sua natura apre spazi alla “fantasia” di chi ama le chiacchiere da bar.
Tralascio il post-scriptum della lettera che ricorda Daniele Vimercati. L’ho conosciuto non molto tempo prima della sua morte. Era un grande.

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