Norma Stramucci (Recanati, 1957) ha pubblicato con Edizioni Tracce nel 1995 il libro di poesie “L’oro unto”. Scrive Massimo Raffaeli in una nota: «C’è uno spazio recludo, appena violato da tagli di luce calante, un perimetro di usuali esperienze, minime peripezie, domestiche; e c’è un privato repertorio di oggetti che quel filo di luce elettrizza, sfiorandoli, o smarrisce, sbadatamente trascurandoli. Presenze vicarie, cui è affidato l’alternarsi di euforia e depressione, percettibili come inopinate epifanie o piccoli sinistri autodafé. Oggetti che possono scampare oppure perdere ma dal cui reticolo non è lecito trascendere. Lo sguardo che ne insegue, più spesso ne indovina, la luminosità, il biancore, si sprigiona dal margine, vigila al margine, offeso e ancora irrequieto. Lì si definisce, in quel limite ingombro ed opaco prende identità, connettendosi a una voce, la parola di Norma Stramucci. Che si dà dissimulata negli oggetti, quasi per sottrazione, nel perfetto pudore di chi ancora si sente “uno spino di troppo”.»Da “L’oro unto”
È un velo di tulle il manto della vita
dolce quanto quello
di una sposa che si spoglia.
E tutto è bianco ciò che non dura.
Un giorno appena sveglia ho visto
la vita come un mare, e nessuno a camminarci.
La voglia di restare un po’ sopra le cose
mi ci aveva condotta. Come un gabbiano
che sa fermarsi a pelo d’acqua
e rimanere asciutto, ogni tanto.
È l’erba del mio paese che non si vede
oggi che pure c’è da stare contenti:
i passeri hanno trovato la ciotola del cane,
sulla neve.
Vedo il cielo nel lavandino
fra i nuvoli del detersivo.
È il solo posto dove
io che non ho nemmeno un pozzo e uno stagno,
ho potuto mettere la luna.
E scivola la mano
sul panno che voglio bianco.
Quando è mattina, una per una
svaniscono le stelle:
a guardare bene vedresti
l’ultima nella mia tazza di latte,
lago tranquillo di porcellana sbiadito.
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